giovedì 3 ottobre 2013

Comunicare i beni comuni

di Gregorio Arena  
Tutti i beni comuni sono innanzitutto beni comuni locali
Comunicare i beni comuni. O meglio, comunicare per i beni comuni, a difesa dei beni comuni, per proteggerli, perché essendo a disposizione di chiunque voglia usarli corrono continuamente il rischio di essere logorati, se non addirittura distrutti, da usi egoistici, predatori e irresponsabili.
Al cuore della questione dei beni comuni c'è la condivisione, sia come causa del loro logoramento, sia come mezzo per difenderli
La comunicazione può essere uno strumento molto potente per creare intorno ai beni comuni una rete di protezione composta da tutti coloro che sono consapevoli della loro importanza e vulnerabilità. Anche il potere è uno strumento potente, certamente. E sanzionare i comportamenti distruttivi è non soltanto doveroso, ma anche indispensabile per scoraggiare i predatori dei beni comuni.

Una radice in comune
Ma è la comunicazione lo strumento migliore per difenderli, per una ragione che affonda le sue radici nell'etimologia del termine stesso comunicare, dal latino commune, composto di cum e di un derivato di munus ("incarico, compito"), per cui commune vuol dire letteralmente "che svolge il suo compito insieme con altri".
Di qui l'italiano "comune" per indicare "ciò che è proprio di almeno due persone o cose", nonché una serie foltissima di termini che indicano la condivisione, il mettere insieme, il rendere partecipi più soggetti: comunità, comunanza, comunione, comunismo, comunicativa, comunicato e, appunto, comunicare e comunicazione.

I beni comuni, beni con-divisi
Se l'effetto del comunicare consiste nel condividere, nel rendere più soggetti partecipi di qualcosa, questo spiega perché per proteggere i beni comuni la comunicazione è meglio del potere. Perchè deve esserci coerenza fra il mezzo e il fine, in quanto il mezzo è già il fine, il percorso è già il punto di arrivo. E quindi anche lo strumento usato per proteggere e sviluppare i beni comuni deve essere coerente con la loro natura, sia per ragioni etiche, sia perché un mezzo coerente con il fine è più efficace.
E quale è la natura dei beni comuni? Quella di essere appunto beni con-divisi, mentre i beni privati sono per definizione non condivisi, semmai sub-divisi.

Comunicare per condividere
Ma se al cuore della questione dei beni comuni c'è la condivisione, sia come causa del loro logoramento, sia come mezzo per difenderli, allora la comunicazione è meglio del potere per difendere i beni comuni perché l'esercizio del potere divide, mentre la comunicazione creando condivisione di punti di vista unisce.
Comunicare i beni comuni significa fare esattamente questo: ottenere che il maggior numero possibile di persone condividano una certa idea dei beni comuni, del loro ruolo, della loro centralità nella costruzione di un modello di società fondata non soltanto sulla proprietà di beni privati, ma anche sull'uso responsabile di beni comuni, condivisi. E, condividendo questa idea, si attivino insieme con altri per prendersi cura dei beni comuni materiali e immateriali della comunità in cui vivono.

Quali sono i beni comuni?
Per arrivare a questo risultato la prima cosa da fare consiste nel definire i beni comuni, le loro caratteristiche e ciò che li distingue dai beni pubblici e da quelli privati.
Una riflessione teorica approfondita su queste tematiche è contenuta nei saggi pubblicati in G. Arena - C. Iaione, a cura di, L'Italia dei beni comuni, Carocci, 2010. Ma per dare un'idea di cosa significhi comunicare (per) i beni comuni è sufficiente elencarne alcuni, sia pure in maniera disorganica: il territorio, la qualità dell'ambiente, le risorse naturali, l'acqua, l'aria, la sicurezza, la fiducia nei rapporti sociali, la legalità, la vivibilità urbana, il linguaggio, la memoria collettiva, i sistemi di regole; ma anche i diritti dell'uomo, la regolazione del mercato, la salute, l'istruzione, le infrastrutture (le strade, le scuole, gli ospedali, i musei...), i beni culturali, i servizi pubblici, il capitale sociale e altri simili a questi, di cui ciascuno può godere liberamente ma che proprio per tale motivo sono continuamente minacciati da un uso egoistico.
In questo elenco vi sono "beni" molto diversi fra di loro, ma per tutti vale l'osservazione che il loro arricchimento è nell'interesse generale, così come lo è evitare il loro impoverimento.

Curare i beni comuni conviene
L'obiettivo principale della comunicazione per i beni comuni consiste dunque nel convincere milioni di persone che conviene prendersi cura dei beni comuni, perché l'arricchimento dei beni condivisi arricchisce tutti, così come il loro impoverimento equivale ad un impoverimento di tutta la società.
Conviene sotto un duplice profilo. Innanzitutto perché dall'elenco di beni comuni riportato sopra, per quanto disorganico, emerge chiaramente la loro assoluta centralità, per non dire indispensabilità, per una qualità della vita degna di esseri umani civili.
E in secondo luogo perché anche il più acceso individualista deve ammettere che senza beni comuni i suoi beni privati hanno meno valore o sono addirittura inutilizzabili: per esempio, a che serve avere un'automobile se mancano le strade, cioè un'infrastruttura di uso condiviso?

Due tipologie di comunicazione
La comunicazione per i beni comuni può essere sia generale, rivolta cioè ad un target indifferenziato e generico, sia settoriale, rivolta cioè a "pubblici" specifici.
Nel primo caso si tratta, come si diceva prima, di raggiungere una platea molto ampia di soggetti per convincerli che, poiché dalla qualità dei beni comuni dipende la qualità delle loro vite, gli conviene prendersi cura non soltanto (come già fanno) dei propri beni privati, ma anche dei beni condivisi, insieme con altri cittadini e con le amministrazioni pubbliche.
Nel secondo caso invece la comunicazione si rivolge a pubblici interessati non genericamente ai beni comuni in quanto tali, ma ad una specifica categoria di questi beni, materiali (ambiente, acqua, territorio, etc.), immateriali (legalità, salute, istruzione, etc.) o misti (vivibilità urbana, decoro, etc.). I messaggi andranno ovviamente calibrati in funzione sia dei diversi pubblici sia delle diverse caratteristiche dei vari beni, ma con un'avvertenza che riguarda tutti i beni comuni.

All commons are local commons
Un politico americano di grande esperienza usava dire che All government is local government, cioè "Tutta l'amministrazione è amministrazione locale", per dire che i problemi politici e amministrativi alla fine vanno affrontati e risolti a livello locale. Ebbene, anche per i beni comuni si potrebbe dire lo stesso: All commons are local commons, cioè "Tutti i beni comuni sono prima di tutto beni locali" e la loro cura e sviluppo vanno gestiti prevalentemente a livello locale.
I centri storici delle nostre città sono espressioni concrete di quel bene comune immateriale e generale che è la cultura. E' vero che chiunque al mondo può godere le bellezze delle città italiane che, sotto tale profilo, sono beni comuni universali. Ma le piazze, le strade e gli edifici che compongono un centro storico sono innanzitutto beni di una determinata comunità, che vive da secoli nel territorio dove si trovano quei beni culturali e che li utilizza per soddisfare le proprie esigenze di vita, di socializzazione, economiche, ricreative, etc.
Un centro storico, così come altri beni comuni, è dunque un bene condiviso di cui una particolare comunità ha il godimento (vantaggio), ma anche la custodia (responsabilità), per consentirne l'uso a tutti gli altri esseri umani potenzialmente interessati.

Incoraggiare i cittadini attivi, responsabili e solidali
La comunicazione per i beni comuni deve tenere conto di questa duplice natura dei destinatari del messaggio: da un lato utilizzatori tendenzialmente egoistici dei beni comuni presenti sul loro territorio, quindi potenziali predatori, dall'altro "custodi" di tali beni, responsabili della loro cura nei confronti di tutta l'umanità, quindi potenziali cittadini attivi per la cura dei beni condivisi.
La comunicazione deve rivolgersi a persone che hanno dentro di sè entrambe queste potenzialità, scoraggiando il loro lato "predatorio" e incoraggiando quello responsabile e solidale. E' difficile ma, come si è detto all'inizio, la comunicazione è uno strumento straordinariamente potente. Se usato con intelligenza, i risultati possono essere altrettanto straordinari
 
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giovedì 19 settembre 2013

Linee guida A.R.O.

Con diversi mesi di ritardo la Regione Siciliana ha pubblicato oggi sul suo sito web, nelle pagine curate dal Dipartimento dell’acqua e dei rifiuti,  le Linee Guida per la redazione dei piani di intervento in attuazione dell’Art.5, comma 2-Ter della L.r. n.9 e ss.mm. nelle more dell’adozione dei piani d’ambito.
Il recepimento della Direttiva Comunitaria 2008/98/CE ha introdotto disposizioni relative alla “gerarchia dei rifiuti”. Tale gerarchia  si applica quale ordine di priorità della normativa e della politica in materia di prevenzione e gestione dei rifiuti e privilegia nell’ordine: la prevenzione della produzione del rifiuto; il riutilizzo dei prodotti; il riciclaggio di alta qualità.
Riguardo alla “prevenzione” la Direttiva prevede che “entro il 31 dicembre 2013 gli Stati Membri adottano programmi di prevenzione dei rifiuti”. Per quanto riguarda il “riutilizzo” “gli Stati Membri adottano le misure necessarie per promuovere il riutilizzo favorendo la costituzione di reti di riparazione, l’uso di strumenti economici, di criteri in materia di appalti, di obiettivi quantitativi o di altre misure”. Riguardo al “riciclaggio” la Direttiva specifica che “viene istituita la raccolta differenziata al fine di soddisfare i necessari criteri qualitativi per i settori di riciclaggio pertinenti”.
La Legge regionale prevede di “promuovere la progettazione di prodotti ed imballaggi tali da ridurre all’origine la produzione di rifiuti, soprattutto non riciclabili, adottando le necessarie forme di incentivazione”. Tale norma è sicuramente applicabile ai produttori locali.
Pertanto, nel Piano di intervento i Comuni dovrebbero individuare azioni volte ad incentivare una politica di prevenzione della produzione del rifiuto, promuovere il riutilizzo, il riciclaggio ed il recupero dei rifiuti urbani e speciali. Inoltre la Legge regionale prevede che ciascun comune adotti “il regolamento comunale per la raccolta differenziata”.
La Legge regionale 9/2010 prevede che i Comuni possono procedere alla perimetrazione dei territori comunali in Aree di Raccolta Ottimale (Aro) con un corrispondente Piano di intervento con allegato capitolato d’oneri e quadro economico di spesa che dimostri che l’organizzazione del servizio in Aro rispetta i principi di differenziazione, adeguatezza ed efficienza. Con tale assunto viene affermato il principio che responsabile, dell’organizzazione e della gestione del servizio di spazzamento, raccolta e trasporto dei rifiuti e delle percentuali di raccolta differenziata che vengono raggiunte, è l’Ente Locale.
Si spera che le Linee Guida possano essere utili per far si che i Piani di intervento vengano redatti in modo che tengano conto di tutti gli aspetti e modalità organizzative del servizio da svolgere, delle azioni di comunicazione e educazione ai cittadini da predisporre, e dei sistemi di monitoraggio e controllo della gestione da attivare.




giovedì 12 settembre 2013

Vago il piano rifiuti di Cateno De Luca

La Relazione del sindaco De Luca nella parte riguardante il nuovo sistema di raccolta e smaltimento dei rifiuti, non chiarisce quanto egli ha enunciato durante il Consiglio comunale. Nella relazione è menzionata la previsione di un impianto di compostaggio che dovrebbe entrare in esercizio, sempre a Ligoria, per il trattamento della frazione organica da raccolta differenziata entro il 2014, nella “fase a regime”, e affiancare il biostabilizzatore  per il pretrattamento, previsto per legge, dei rifiuti indifferenziati. Il piano prevede una fase iniziale e una fase transitoria durante le quali l’umido finirà insieme al rifiuto secco residuo nei cassonetti dell’indifferenziato.
È biasimevole non attrezzarsi da subito a separare tutte le frazioni, incluso l’umido. La difficoltà di ordine economico di conferire la frazione verde ed umida nell’impianto di Ramacca, cui fa riferimento De Luca, non è dimostrata e/o quantificata. I costi per portare l’umido a Ramacca non è detto che siano superiori a quelli del conferimento in discarica a Motta S.Anastasia. Anche se ciò fosse dimostrato non sarebbe una giustificazione valida. Bisogna tenere conto anche dei costi ambientali. A Ligoria non si potrà comunque conferire se prima non sarà pronto e autorizzato l’impianto di pretrattamento dei rifiuti.
È  controproducente non eliminare da subito tutti i cassonetti: i cittadini non avranno la percezione del cambiamento e tanti continueranno a buttare,  come sempre, tutto nell’indifferenziato. È da sprovveduti non aver previsto una fase di start up con al centro la comunicazione, l’informazione e la formazione dei cittadini e delle utenze domestiche e quelle non domestiche. A tale scopo bisognerebbe addestrare un consistente numero di “formatori” cui affidare l’istruzione di tutte le utenze. Gran parte di questa formazione deve essere fatta prima dell’avvio del nuovo sistema. Se non si fa questo, difficilmente si potranno raggiungere, significative percentuali di raccolta differenziata.  Nella relazione non c’è alcun riferimento alla riduzione dei rifiuti, al riciclo e al riuso. Non si parla di centri di riparazione e di preparazione per il riutilizzo, di ecopunti, di incentivi, di premi ai comportamenti virtuosi, di tariffa puntuale.
Il progetto illustrato nella relazione dal sindaco De Luca, oltre ad essere vago, è subordinato alle autorizzazioni della Regione e alla riapertura della discarica di Ligoria.  Esiste un piano di riserva (piano B) nel caso queste autorizzazioni non vengano rilasciate?.

Informazione e trasparenza nel nostro comune continua ad essere insufficiente. Un comune è trasparente quando permette a tutti i cittadini di trovare, comprendere e diffondere le informazioni in suo possesso.

martedì 10 settembre 2013

Tempesta in arrivo sui rifiuti?

Ieri su “La Repubblica”, edizione di Palermo, è stata pubblicata un’intervista al presidente Crocetta di Antonio Fraschilla. Riporto una delle domande del giornalista e la risposta del governatore. Domanda: “A proposito, nei giorni scorsi l’assessore Nicolò Marino ha lanciato l’allarme perché in alcune provincie non si sono create le nuove Società di gestione, le Srr, e rimangono gli Ato colabrodo”. Risposta: “Da mesi dico all’assessore di essere più incisivo. La gestione del servizio di raccolta deve tornare ai comuni, le Srr sono altri carrozzoni. Sui rifiuti, acqua pubblica e stop all’eolico il programma è quello del governo. Non ci sono programmi individuali degli assessori, quello che vorrebbe il Pd mettendo in giunta qualche deputato che poi risponde solo alla sua corrente”.Intanto c’è da dire che le Srr non sono società di gestione ma “società per la regolamentazione del servizio di gestione dei rifiuti”. Le Srr non gestiscono nulla: regolamentano (dettano le regole e controllano). Gli atti fondamentali sono: Piano d’ambito, costi standard, tariffe d’ambito, monitoraggio servizi, progettazione impiantistica. Queste cose il governatore dovrebbe saperle (e avrebbe dovuto correggere il giornalista che ha posto la domanda).Il governatore non può dire che le Srr sono altri carrozzoni, come nei discorsi che si sentono al bar. C’è una legge della Regione Siciliana che ha istituito le Srr. Se la legge non andava bene il governatore Crocetta poteva proporne una nuova o modificarla in linea con il suo programma di governo. Forse mi sbaglio, ma penso che il “programma di governo” sui rifiuti non esista (intendo uno specifico e dettagliato programma sui rifiuti). Il governatore va avanti per slogan tipo: “Siamo per Rifiuti Zero” e “la gestione dei rifiuti deve tornare ai comuni”.Visto che la legge 9/2010 che ha istituito le Srr è tuttora in vigore, l’assessore Marino e tutti gli altri del dipartimento rifiuti non potrebbero non tenerne conto. E tuttavia concordo con il governatore nel ritenere che l’organizzazione e la programmazione della nuova gestione non sia stata incisiva, o meglio, all’altezza della drammaticità della situazione rifiuti in Sicilia. Non sono in grado di determinare di chi siano le colpe maggiori di questo stallo e scarsa incisività. Secondo me dovrebbero cadere molte teste. Sicuramente qualcuno deve essere sostituito. I sindaci, o gran parte di essi, non sono in grado di risolvere il problema e potrebbero peggiorare le cose, devono essere affiancati e guidati. Le Srr potrebbero diventare dei carrozzoni solo se sarà permesso che lo possano diventare.

venerdì 6 settembre 2013

Gestione rifiuti nel caos?


Nicolò Marino
In un articolo pubblicato sul quotidiano “La Repubblica” del 5 settembre 2013, scritto da Antonio Fraschilla, si apprende che “l’assessore all’Energia Nicolò Marino lancia l’allarme in vista della scadenza del 30 settembre: data entro la quale gli Ato dovranno essere liquidati e non potranno più gestire la raccolta dei rifiuti”. “Nell’isola si rischia il caos: in tre provincie, Palermo, Agrigento e Messina le Srr non sono state ancora costituite”.
L’assessore Marino e il direttore del dipartimento Acque e rifiuti Marco Lupo scaricano le responsabilità sui sindaci: “Le leggi vanno rispettate, i sindaci che non hanno ancora costituito le Srr si prenderanno la responsabilità dei danni erariali”. Magari fosse così. Non credo che i sindaci saranno destituiti o costretti a pagare di tasca loro per i danni causati. A pagare saranno solo e sempre i cittadini. Ma voi caro assessore Marino e caro direttore Lupo dove eravate mentre tutto questo stava avvenendo o meglio non stava avvenendo? Siete voi i maggiori responsabili di tutto questo. Siete voi al vertice della piramide organizzativa: dovreste dimettervi!
Quando un comune non adempie ad un obbligo di legge è la Regione che deve intervenire. Gli oltre 200 commissari ad acta mandati nei comuni inadempienti avrebbero dovuto completare l’opera incluso la costituzione delle Srr, la stesura del Piano d’ambito e tutto quanto necessario a far partire la nuova gestione nei tempi previsti dalla legge. Naturalmente addebitando i costi per i commissari ai singoli comuni, così in futuro i cittadini saranno più attenti a scegliere chi li amministra. L’art.14 (Potere sostitutivo) della Legge regionale n.9/2010 di riforma degli Ato prevede che qualora gli enti non ottemperino alle funzioni e ai compiti assegnati dalla legge, l’assessore regionale per le Autonomie locali e la Funzione pubblica, su segnalazione dell’assessorato regionale dell’Energia e dei Servizi di pubblica utilità, dispone, previa diffida, la nomina di commissari straordinari nei casi previsti dalle legge stessa. Questo doveva esser fatto e non è stato.
Sempre nello stesso articolo pubblicato su “Repubblica” c’è la notizia che trenta comuni hanno avuto il via libera dalla Regione a gestire in proprio il servizio di raccolta e tra questi Fiumedinisi, Nizza di Sicilia, Alì e Alì Terme. Questo vuol dire che l’Aro della Valle del Nisi, contrariamente a quanto da me ipotizzato, è stato approvato.
Peccato che non si conosca, almeno credo, il Piano d’intervento grazie al quale i quattro comuni sono stati autorizzati a costituire l’Aro e a procedere all’affidamento del servizio. Al momento non è dato sapere se sarà gestione diretta o affidamento del servizio a terzi. Sul sito della Regione non ci sono notizie in merito e neanche sul sito del Comune di Alì Terme, capofila dell’Aro. Mi chiedo, ma i cittadini dove devono prendere le informazioni che li riguardano?
Sempre stando al citato articolo di stampa pare che l’assessore Marino abbia dichiarato: “Io non ho alcuna intenzione di prorogare per un solo giorno gli Ato”. Allora il caos sarà inevitabile.

sabato 24 agosto 2013

La cultura come bene comune


Scritto da Christian Iaione   
Felicità, condivisione/cooperazione e governance
Cultura, partiamo dall'etimologia e dalla sua valenza semantica. Etimologicamente cultura proviene da coltivare soprattutto se viene riferito al territorio e, sul piano semantico, se riferito all'uomo esso esprime anche la cura necessaria per sviluppare il sistema di valori che una cultura racchiude.
Siamo entrati nella “crowd-age”. Si parla di crowdsourcing e crowdfunding. Anche per dare risposte ai problemi della collettività occorre coinvolgere sempre di più le persone, i cittadini, le associazioni, le imprese e mettere tutti a spingere nella stessa direzione, la direzione della governance
Il principale patrimonio culturale da conservare, tutelare e sviluppare sono le persone. Occorre consentire alle persone di coltivare sé stesse e occorre consentire loro di prendersi cura delle altre persone e dei beni comuni. Perché da questo può dipendere la felicità pubblica e privata.

La felicità privata dipende dalla felicità pubblica
La felicità della persona dipende dallo "stare bene" delle persone all'interno di una società. E lo "stare bene" o benessere individuale non dipende esclusivamente da condizioni materiali. Amartya Sen ha spiegato come la condizione di non benessere e disagio si determini ogni qualvolta sia negata alla persona la libertà di svilupparsi pienamente, affermando la propria dignità e valorizzando i propri talenti. Passando da una concezione redistributiva ad una procedurale del principio di eguaglianza, diventa chiara la missione costituzionale dei poteri pubblici (art. 3, comma 2, Cost.): promuovere le condizioni affinché i cittadini, soprattutto quelli di più giovane età, possano liberamente ed individualmente scegliere come coltivare la propria personalità, i propri talenti per contribuire al "progresso materiale e spirituale della società" (art. 4, comma 2, Cost.). E mettere in condizione le persone di sviluppare le proprie capacità consentendo loro di esercitare la libertà solidale e responsabile di curare, proteggere e conservare, per tutta la comunità e le generazioni future, i beni comuni (art. 118, comma 4, Cost.) può contribuire a realizzare quella "fioritura della persona" che per Sen costituisce il vero fulcro della felicità, l'unico valore da misurare per saggiare il reale benessere di una comunità.
La felicità privata quindi dipende dalla felicità pubblica e dalla possibilità delle persone di poter contribuire alla seconda. Albert Otto Hirschman direbbe che siamo entrati in un ciclo in cui le persone sono pronte a impegnarsi per la felicità pubblica perché hanno capito l'incidenza che essa ha sulla felicità privata. Siamo legati da un destino comune, aggiungerebbe Calamandrei. Si progredisce solo insieme, ci si salva solo insieme. Ripristinare le relazioni solidali orizzontali tra le persone e la capacità di cooperare delle persone sono gli ingredienti sui quali i poteri pubblici devono investire per adeguare il proprio ruolo alle sfide del XXI secolo. Siamo nell'età della diffusione delle conoscenze e delle competenze, mentre l'amministrazione attuale è stata concepita nell'Ottocento come una piattaforma chiusa ed elitaria in cui concentrare competenze e conoscenze. Oggi deve diventare una piattaforma aperta che offre gli strumenti e le opportunità alle persone e alla società di dare risposte mettendo a fattor comune le competenze e conoscenze individuali.

Politiche culturali di co-produzione e governance
Fare politiche culturali oggi significa poi integrare politiche pubbliche diverse (i.e. servizi pubblici, urbanistica, periferie, integrazione, coesione sociale, formazione anche professionale) e utilizzare tecniche di co-produzione e governance.
Bisogna abbandonare la visione solipsistica e a canne d'organo delle politiche pubbliche, soprattutto di quelle urbane. I bisogni delle persone richiedono risposte integrate e complete, centrate sul mutuo soccorso. Servono luoghi, laboratori dove questa integrazione può avvenire e le persone possono incontrarsi per conoscersi, collaborare e cooperare.
Ad esempio, a Malmö l'ammnistrazione intende lanciare con la collaborazione di operatori privati un progetto di restauro e riqualificazione di edifici costruiti negli anni Settanta. La città intende lavorare con processi bottom-up e di empowerment dei cittadini. Fra le varie azioni si metterà in piedi un "atelier" incentrato su riqualificazione edilizia e acquisizione di conoscenze e competenze per immigrati che non conoscono ancora la lingua e disoccupati di lungo termine, visto che questi edifici sono in zone "difficili" della città. A Malmö sono già operativi due "living labs" Fabriken the Factory dove le persone imparano arti e mestieri e Fabriken The Neighborhood che si occupa più nello specifico di servizi e manutenzione per il quartiere.
Una Fabriken è stata attivata per supportare il lavoro di una NGO di donne immigrate. Particolarmente interessante è anche il metodo di lavoro che viene utilizzato per mettere in piedi le varie Fabriken.

Amministrare in modo orizzontale, paritario e aperto
Bisogna quindi puntare sulla creazione di laboratori di co-design e su processi di co-produzione dove si cerca di progettare e costruire nuovi servizi e prodotti facilitando la collaborazione tra cittadini, NGOs, aziende, istituzioni pubbliche e università. Una politica culturale di nuovo conio deve dunque partire da iniziative bottom-up e cercare di capire come supportarle e renderle sostenibili a lungo termine lavorando assieme ad altre istituzioni, aziende, non profit.
Per realizzare tutto questo, le istituzioni devono rinunciare al monopolio della cura dell'interesse generale e accettare l'idea che devono allearsi con la società, in tutte le sue articolazioni. Occorre introdurre nel dibattito pubblico relativo alla tutela, gestione e manutenzione dei beni culturali in Italia principi, strumenti e modelli organizzativi ispirati a tecniche di governance.
Al contrario delle tecniche di government, le tecniche di governance sono caratterizzate da paritarietà, orizzontalità e apertura verso comunità territoriali e società civile locale. Esse fanno perno sulla collaborazione tra i diversi attori (istituzionali o sociali) ai fini della realizzazione di scopi di interesse generale (1). La matrice di tutti gli strumenti di governance è proprio quella di far partire dal basso la scelta pubblica e di fare leva su soluzioni imperniate sulla collaborazione dei diversi attori in gioco, pubblici e privati, con scopo di lucro e non profit, istituzionali e di comunità, locali e globali.
Di esempi ce ne sono tanti. Coinvolgimento del terzo settore e del mondo del volontariato nella erogazione dei servizi culturali (volontariato culturale, Musei aperti con il Touring, Legambiente).
Poi, ci sono diversi casi di adozione di monumenti e biblioteche. E, infine, ci sono i modelli di gestione non profit che si possono suddividere in gestioni collettive (ad es. teatri, le gestioni FAI, le Oasi WWF, Paestumanità, archeologia sociale) e gestioni condivise (ad es. Carditello, Fondazione Villa Emo). Nelle prime la comunità si fa totale carico della responsabilità di curare i beni culturali. Nella seconda si formano dei veri e propri partenariati tra la pubblica amministrazione e la comunità.

La "crowd-age"
Siamo entrati nella "crowd-age". Si parla di crowdsourcing e crowdfunding. Anche per dare risposte ai problemi della collettività occorre coinvolgere sempre di più le persone, i cittadini, le associazioni, le imprese e mettere tutti in "ruota", la ruota della governance, tutti a spingere nella stessa direzione. I risultati saranno sicuramente innovativi perché se innovazione è combinazione inedita di fattori noti, nulla è più noto dello Stato, del mercato e della società. Quello che cambia è la tecnologia istituzionale, la governance appunto, che li mette insieme a collaborare e cooperare per elaborare soluzioni nuove, convenienti sia dal punto di vista collettivo che individuale. È così che si sperimentano soluzioni che consentono di modernizzare processi e organizzazioni, pubbliche e private. E' sempre così che le persone mettono a frutto le proprie competenze, le proprie capacità e quando si liberano le energie, la fantasia, la creatività delle persone, il potenziale inventivo dei cittadini, il risultato non è mai scontato.
La risposta ai problemi di interesse generale, le modalità di soddisfazione dei bisogni collettivi non saranno mai identici a quelli che un solo soggetto, nel nostro caso l'amministrazione, sarebbe in grado di concepire e offrire se decidesse di continuare a lavorare da solo.
La prima risorsa per i problemi della collettività è la collettività. Il tempo della delega è finito, come recita il payoff di Labsus.org. Le istituzioni devono imparare a chiudere il cerchio della delega restituendo alle persone parte delle deleghe ricevute e mettendo le persone in condizione di dare risposte utilizzando le proprie capacità e sviluppandone di nuove.
(1) Cfr. C. IAIONE, La localizzazione delle infrastrutture localmente indesiderate: da soluzioni di government a soluzioni di governance, in G. ARENA, F. CORTESE, Per governare insieme: il federalismo come metodo, Cedam, 2011, p. 203 e ss.










mercoledì 14 agosto 2013

Aprire una discarica non è come aprire un centro benessere

Se non è indispensabile, è proprio da fessi riaprire la discarica di Ligoria.


Ho ascoltato parte della relazione del Sindaco De Luca esposta durante il Consiglio Comunale del 29 luglio 2013.  Sarà stato a causa del caldo, ma l’impressione avuta è che il Sindaco non abbia potuto sintetizzare esaurientemente quanto contenuto nella relazione riguardo la gestione dei rifiuti. Quest’impressione avuta dal vivo è stata confermata dalla registrazione video disponibile sul sito web del Comune. Sul sito però non c’è traccia della relazione. Mi auguro che anche questa, quanto prima, venga pubblicata integralmente e resa disponibile alla visione dei cittadini che hanno interesse o curiosità a conoscere nei dettagli gli argomenti della relazione. Ciò costituirebbe anche un risparmio per le casse del Comune, se è vero che il Sindaco vuole “gratificare” i cittadini di S. Teresa di Riva mandandone una copia ad ogni famiglia.
Il sito del comune dovrebbe essere usato per dare informazioni corrette e puntuali. Si dovrebbe evitare di utilizzarlo per la  propaganda o per attaccare/bacchettare l’opposizione o chi dissente. Per il diritto di critica/replica il Sindaco farebbe meglio ad usare altri canali anche per una questione di etica democratica.
Per chi vuole partecipare e contribuire alla soluzione del problema rifiuti diventa difficile poterlo fare se non si dispone di dati e informazioni. Ci auguriamo che la relazione del Sindaco contenga quanto necessario per una valutazione di merito del progetto che l'Amministrazione intende perseguire.
Il quadro enunciato dal Sindaco De Luca non è sembrato sufficientemente chiaro e dettagliato. Egli ha parlato di un risparmio del 30% sugli attuali costi (€ 1.900.000) a carico dei contribuenti senza fornire spiegazioni sul come ottenere queste economie. Non ha parlato di differenziare l’umido e di impianto di compostaggio. Ha accennato ad un impianto di pretrattamento e stabilizzazione dei rifiuti da conferire nella discarica e di investimenti per un ammontare di circa 3 milioni di Euro. Ha parlato di raccolta differenziata porta a porta spinta, della eliminazione dei cassonetti stradali, di premi per chi differenzia e di aggravi dei costi per i negligenti. Tutte cose positive ma vaghe. Tutte cose di difficile controllo se il progetto non sarà esteso a tutto il comprensorio jonico. Inoltre, il Sindaco non ha spiegato se il Comune pensa ad una gestione in house, ad una società mista o di affidare i servizi a terzi.
Senza fornire dati sulla qualità del progetto di raccolta differenziata, senza aver verificato l’idoneità del sito di Ligoria riguardo gli aspetti tecnici e logistici,  è difficile, ad esempio, capire se è giustificabile la necessità della riapertura della discarica. A quanto è dato sapere non c’è al momento una emergenza discariche tale da giustificarne una riapertura. Se così fosse, ci penserebbe la Regione ad intervenire indicando quali discariche eventualmente riaprire, ampliare, costruire e dove (sentiti gli Enti interessati). Inoltre, con il recupero di materia, il riciclo dei materiali, il riuso e la riduzione dei rifiuti, i conferimenti in discarica si ridurranno drasticamente allungando la vita delle discariche attualmente in esercizio. Questo evita la previsione di ampliamenti di discariche esistenti, di riaprire quelle fuori esercizio o di realizzarne di nuove.

mercoledì 7 agosto 2013

Rifiuti: S.Teresa di Riva capofila di un Aro del riciclo o pattumiera del comprensorio?

Ecocentro del riuso
Strategia “rifiuti zero”, eliminazione degli sprechi e assunzione delle buone pratiche ambientali sono gli obiettivi  attraverso cui realizzare promozione e sostenibilità ambientale, la riproducibilità delle risorse naturali, il valore pubblico dei beni comuni.
Per Comunità di poche  migliaia di abitanti come quelle del comprensorio jonico si riesce, valorizzando la partecipazione e il coinvolgimento attivo degli abitanti e per  le peculiarità strutturale del territorio, ad ottenere risultati difficilmente raggiungibili in aree con maggiore popolazione e complessità. In contesti territoriali come il nostro, la produzione dei rifiuti è generalmente inferiore alla media e si riesce a realizzare un’efficace azione di riduzione, riuso e riciclo anche perché la raccolta differenziata potrà essere, se ben organizzata, quantitativamente e qualitativamente migliore. È prioritario estendere ed applicare su tutto il territorio del nostro comprensorio le buone pratiche e le eccellenze nella gestione dei rifiuti già in corso di attuazione in diverse realtà italiane. Esse riguardano la riduzione dei rifiuti, la riparazione ed il riutilizzo di beni e prodotti di “seconda mano”, il riciclaggio finalizzato al recupero di materia ed il compostaggio derivante da frazione organiche pulite. Pertanto va favorito il passaggio da sistemi stradali di raccolta a sistemi puntuali di raccolta e di tariffazione.
Nel nostro contesto territoriale è anche più facile attivare pratiche virtuose a partire dal porta a porta in grado non solo di intercettare elevate quantità di materiali ma soprattutto di garantire una qualità merceologica idonea alle successive fasi di compostaggio e di riciclaggio; favorire il compostaggio domestico; dotarsi di semplici aree di stoccaggio e trattamento di zona per piccoli impianti di compostaggio; attivare aree di raccolta (centri o isole ecologiche). Con questi accorgimenti si riduce enormemente la quantità di rifiuti che richiedono un trattamento finale, e quindi si riducono significativamente i costi di smaltimento.
I comuni dovranno dotarsi di Piani comunali di raccolta che abbiano come riferimento e volano principale il sistema di raccolta porta a porta, per favorire il massimo sviluppo della raccolta differenziata finalizzato al recupero di materia. Al fine di raccogliere materiali di buona qualità merceologica devono essere incentivati sistemi di raccolta selettiva o monomateriale anziché congiunta o multi materiale. Tali modalità devono essere integrate con isole ecologiche e centri di riparazione e di preparazione per il riutilizzo. A questo proposito i comuni del nostro comprensorio dovranno costituire un Aro (Area di raccolta ottimale) non inferiore a 20.000 abitanti e potranno dotarsi di tali strutture. Occorrerà incentivare e favorire lo sviluppo di imprenditoria e di posti di lavoro locali per l’attuazione delle attività di recupero di materia e riuso.
L'attuazione delle buone pratiche di prevenzione, riduzione, riutilizzo, riciclo, compostaggio hanno lo scopo di rendere effettivamente residuale le fasi di trattamento/smaltimento dei Rifiuti Urbani Residui (Rur) ed esse stesse devono avvenire puntando a ridurre ulteriormente i conferimenti (che obbligatoriamente devono subire un processo di pretrattamento stabilizzazione) in discarica.
Massimizzare i recuperi di materia rispetto ad altre forme di recupero e ridurre drasticamente i conferimenti in discarica è infine lo scopo dei nuovi impianti di trattamento meccanico biologico (Tmb)  grazie ai quali si allunga il ciclo di vita delle discariche esistenti per una loro gestione in sicurezza e senza la previsione di realizzarne ampliamenti e/o la realizzazione di nuove.

martedì 23 luglio 2013

Rifiuti: cambiare si può

Villa Ragno - S.Teresa di Riva

Sabato 20 luglio si è tenuto a S. Teresa di Riva il convegno e dibattito pubblico “Cambiare si può. Trasformiamo i rifiuti in risorsa" organizzato dal comitato jonico beni comuni.
C’è stata una buona affluenza di cittadini, ma non quella che ci si aspettava. La presenza degli Amministratori è stata esigua nel numero (addirittura inferiore a quella del precedente convegno del 2012) e ha mostrato ancora di più la scarsa propensione dei primi cittadini eletti dal popolo di rispondere al popolo delle loro scelte. Perché?  La risposta è semplice: i nostri amministratori (tranne poche eccezioni) non hanno mai voluto affrontare la questione rifiuti con la necessaria serietà e determinazione; non si sono mai preoccupati di studiare l’argomento e imparare dalle esperienze positive che sono numerose anche nel nostro Paese. Cosa ci si può aspettare da amministratori insipienti? Nulla! Infatti, anche quando un gruppo di cittadini si attiva per iniziative (totalmente autofinanziate) come quella che si è svolta a Villa Ragno per contribuire a fare informazione e sensibilizzazione e per spronare tutti al senso di responsabilità, latitano. Stesso discorso vale per gli amministratori provinciali e regionali, incluso il Presidente Crocetta e i vari assessori invitati all’evento, che neanche si sono degnati di rispondere all’invito, anche solo per dire dei loro improrogabili altri impegni pubblici o privati.
Al convegno è risultata palese la confusione che regna nelle istituzioni locali sulla gestione dei rifiuti. Amministrazioni impreparate che devono inventarsi qualcosa di cui nulla sanno.
La presenza "part time" del Sindaco di Santa Teresa di Riva non è servita a fornire dati e informazioni sull’ipotetico Piano d’intervento dell’Aro comunale e relativi costi o benefici (economici e ambientali) per i cittadini. La sola informazione ha riguardato la discarica di Ligoria il cui iter procedurale, pare, sia a buon punto. Riaprire la discarica di Ligoria come auspica il Sindaco De Luca è prova di insensibilità verso i problemi ambientali e paesaggistici e di scarso valore dato alla salute dei cittadini. Inoltre è prova di palese contraddizione con quanto scritto nel suo programma elettorale che, al punto 6, prevedeva: “bonifica delle discariche di rifiuti esistenti sul territorio comunale”.
 La “ricetta” per uscire fuori dall’attuale cattiva gestione dei rifiuti l’ha spiegata con parole semplici il prof. Aurelio Angelini: basta attenersi alle direttive europee e copiare le buone pratiche già in uso. Non occorrono super differenziatori: bastano le semplici mani dei cittadini che a monte possono senza fatica (alcune pattumiere in più) evitare di mescolare il secco, cioè i materiali pregiati riciclabili, con l’umido, cui produrre compost. Così facendo si riduce al minimo l’indifferenziato (la vera spazzatura) abbattendo drasticamente le quantità di rifiuti da destinare alla discarica, il cui quantitativo può ulteriormente essere dimezzato in impianti di trattamento e valorizzazione del rifiuto secco residuo. Non serve altro. Solo una buona organizzazione. L’applicazione della “strategia rifiuti zero” entro un certo numero di anni porterà all’eliminazione di discariche e inceneritori.

mercoledì 10 luglio 2013

Rifiuti: nascerà l'A.R.O. Valle del Nisi?

È di ieri la notizia che è stata avviata la costituzione dell’Ambito di Raccolta Ottimale della Valle del Nisi in associazione tra i comuni di Alì, Alì Terme, Fiumedinisi, e Nizza di Sicilia. La richiesta di approvazione del Piano d’intervento previsto dalla Legge regionale è stata avanzata  il 28 giugno 2013 all’Assessorato competente. La novità, spiega il comunicato stampa diramato dall’Assessore Mariarita Muzio, sarà costituito dall’avvio della raccolta porta a porta  e dall’attivazione di un centro di raccolta in ogni comune.
Peccato però che tale piano non preveda anche la differenziazione della frazione organica nella fase iniziale e transitoria. Solo l’attivazione di un impianto di compostaggio distante dall’ARO non oltre 50 km segnerà il passaggio alla fase di regime. Inoltre, il comunicato non specifica se la gestione dei servizi sarà data in affidamento a terzi o se eseguita in house.

Con queste premesse sarà difficile che il Piano d’Intervento possa essere approvato. Senza la differenziazione dell’umido è molto arduo superare un livello di raccolta superiore al 50% (la legge vigente prevede il 65% entro il 2012) come enunciato nel comunicato. Inoltre, non differenziare l’umido significa non rispettare quanto previsto dalle direttive europee, nazionali e regionali. La gestione della frazione organica è una delle ragioni che dovrebbe spingere i nostri amministratori comunali a costituire un ARO che comprenda il maggior numero possibile di comuni del comprensorio jonico, da Sant’Alessio ad Alì Terme e relativi comuni dell’entroterra.



lunedì 8 luglio 2013

Sì ad un ARO jonico del riciclo

Il nuovo Piano Regionale e le Direttive sui rifiuti saranno oggetto di discussione, insieme alla proposta di Legge “Rifiuti Zero”, con  relativa raccolta firme, il prossimo 20 luglio al Palazzo della Cultura (Villa Ragno) in Santa Teresa di Riva. L'assemblea pubblica è organizzata dal Comitato jonico Beni Comuni ed avrà inizio alle ore 18:30. L’incontro è finalizzato alla sensibilizzazione di amministratori e cittadini del comprensorio jonico sulle problematiche di una corretta gestione dei rifiuti. Il titolo della  manifestazione è “Cambiare si può. Trasformiamo i rifiuti in risorsa”
La legge regionale del 2010 con le successive modifiche e integrazioni, il nuovo Piano regionale, i Piani d’Ambito di ciascun territorio ottimale Ato (18 ambiti in tutta la Sicilia) e i Piani d’intervento delle eventuali aree di raccolta ottimale Aro (che possono essere istituite all’interno dell’area territoriale ottimale di riferimento)  regolano, organizzano, affidano e controllano la gestione integrata dei rifiuti, nel rispetto della salvaguardia e tutela dell’ambiente e della salute pubblica. L’Ato, con il “nuovo corso”, è un ben definito perimetro territoriale a livello provinciale e non deve essere assimilato con la “liquidata” Società d’Ambito. Nella nostra provincia gli Ambiti Territoriali Ottimali sono due, non considerando le Isole Eolie. Il comprensorio jonico rientra nell’ATO n. 15, denominato “Messina Area Metropolitana” ed include 47 comuni per una popolazione di 466.085 abitanti (dati del 2011). Tutti i comuni che sono all’interno del perimetro di un Ato costituiranno (o hanno già costituito) una società chiamata “Società per la Regolamentazione del servizio di gestione Rifiuti (SRR), per obbligo di legge. Ciascun comune partecipa con una quota parte, proporzionale al numero di abitanti. L’Assemblea della SRR è costituita dai Sindaci o da loro rappresentanti. La Srr ha funzioni di indirizzo, pianificazione impiantistica,  regolamentazione e di affidamento del servizio mediante gara ad evidenza pubblica.  La Srr non gestisce alcun servizio. I componenti l’assemblea e il consiglio di amministrazione svolgono le loro funzioni a titolo gratuito. In sostanza la SRR, coerentemente con le linee strategiche individuate dal Piano regionale di gestione dei rifiuti, stabilisce il complesso di interventi che garantiscono la sostenibilità economico-finanziara del servizio nel territorio dell’Ambito Territoriale Ottimale, individuando il tipo di impianti,  il loro numero e  ubicazione, in considerazioni delle necessità e delle peculiarità del proprio territorio di riferimento. La legge prevede che ogni  singolo Ambito Territoriale Ottimale sia autosufficiente. Quindi, ciascun Ato dovrà dotarsi di quanto necessario per chiudere il ciclo dei rifiuti. È compito della Srr, in nome e per conto dei comuni consorziati, affidare il servizio di gestione dei rifiuti mediante gara d’appalto con evidenza pubblica. Poi, ogni singolo comune stipulerà direttamente con il soggetto (vincitore della gara d’appalto)  incaricato di svolgere la gestione del servizio per i comuni consorziati, sottoscrivendo con lo stesso un contratto normativo che disciplina le modalità di affidamento, di sospensione e di risoluzione ad opera dei singoli comuni della parte di servizio relativa al territorio dei comuni stessi. La stipula e la sottoscrizione del contratto d’appalto, relativo ai singoli comuni compresi nella Srr, hanno luogo fra l’appaltatore e la singola amministrazione comunale, che provvede direttamente al pagamento delle prestazioni ricevute e verifica l’esatto adempimento del contratto. Questo, in parole povere, vuol dire che la responsabilità del servizio, della sua efficienza, efficacia ed economicità è di ogni singolo comune relativamente al proprio territorio.
Nel caso della costituzione di uno o più Aro (anch’essi senza costi aggiuntivi per la finanza pubblica) all’interno dell’ATO di riferimento,  ai comuni che hanno costituito la sub area, spetta la governance dei servizi di spazzamento, raccolta e trasporto dei rifiuti nel perimetro dell’Aro.
Secondo la normativa comunitaria, un Aro può procedere ad affidare la gestione dei servizi: a) a terzi con espletamento di procedure ad evidenza pubblica secondo le disposizioni in materia di appalti e concessione dei servizi; b) a società mista, la cui selezione del socio privato avvenga mediante gara a doppio oggetto (in cui la quota del socio privato non sia inferiore al 40%) , in applicazione delle disposizioni inerenti il partenariato pubblico privato; c) con gestione cosiddetta in house, purché sussistano i requisiti dell’ordinamento comunitario, e vi sia l’assoggettamento ai vincoli disposti dalle vigenti normative.

È auspicabile che nel comprensorio jonico venga istituito un ARO che includa, possibilmente, tutti i comuni del comprensorio o, almeno, quelli che insieme, sulla base di elementi oggettivi, dimostrino il rispetto del principio di differenzazione, adeguatezza e assicurino efficienza, efficacia e economicità della gestione dei servizi previsti. La preferenza dovrebbe andare alla gestione in house che, almeno  in teoria,  dovrebbe consentire un maggiore risparmio e un più incisivo controllo anche tramite l’ausilio dei rappresentanti delle associazioni ambientaliste, dei consumatori e di comitati civici.

giovedì 13 giugno 2013

Lettera aperta al Prefetto di Messina

Oggetto: I cittadini meritano rispetto e risposte

Egregio Signor Prefetto Stefano Trotta,

torno a scriverLe utilizzando, questa volta, lo strumento della lettera aperta. Credo che temi come quelli da me sollevati (rispetto della quiete pubblica, diritto al riposo, legalità, competenza e trasparenza, controllo del rispetto delle norme, tutela della salute) siano di pubblico interesse. Ricorderà che nella lettera del 10 dicembre 2012 sollecitavo il Suo intervento per riportare nell’alveo della legalità l’Amministrazione del Comune di Santa Teresa di Riva e la titolare di un esercizio pubblico (bar) che ha abusato di impianti di diffusione sonora.
Purtroppo,  non c’è stato alcun passo in avanti. Tutto è stato vano: il Comune non ha mutato atteggiamento ed è rimasto inerte. Nella risposta alla Vostra nota (che ho potuto visionare a seguito di richiesta atti esitata in data 11 giugno 2013 in Prefettura) il Comune non ha confutato quanto da me “denunciato”, se non affermando  che “sono stati effettuati dagli operatori appartenenti a questo comando, numerosissimi interventi presso la ditta […] (nella maggior parte dei casi senza che venisse riscontrato alcun disturbo come affermato dal sig. Lenzo).”. Non è questo il momento e il luogo per ribattere a queste “incredibili” e “temerarie” affermazioni. Il Direttore dell’Area di Polizia Municipale, rispondendo a nome del Comune, attesta riferendosi al 2012 che ”Per l’anno in corso nessun Nulla osta ne autorizzazione è stata rilasciata dal comune di Santa Teresa di Riva (visto il DPR 19/10/2011 n. 228)”. Questo dimostra che non è stata rispettata la legge e, come ho già avuto modo di scrivere, al Comune hanno le idee confuse.
Come cittadino vorrei capire perché un Comune può non rispettare una legge dello Stato. Il fatto che la Legge affidi ai Comuni le competenze  di tutela dell’ambiente esterno e dell’ambiente abitativo non vuol dire poterne disattendere finalità e disposizioni.
Perché i Funzionari del Comune e gli Agenti di Polizia Municipale non vengono adeguatamente istruiti, visto che la Legge demanda ai comuni il rilascio delle autorizzazioni e i controlli?. Com’è possibile che gli Agenti non distinguano la differenza tra trattenimenti con emissioni sonore “entro i limiti di legge” ed emissioni “in deroga ai limiti di legge”?
Perché un Sindaco a fronte di un riscontro oggettivo attestante il supero dei limiti di legge [(perizie dell’ARPA (02/09/2011) e di tecnico competente in acustica (01/09/2011 e 07/08/2012)] e su richiesta motivata non ha emanato apposita ordinanza per far cessare immediatamente, in via cautelare, le emissioni sonore?
A tale proposito mi permetto di ricordare che il Sindaco di un comune (così come il presidente della provincia, il presidente della giunta regionale, il prefetto, il ministro dell’ambiente e il presidente del consiglio dei ministri, nell’ambito delle rispettive competenze) per contrastare l’inquinamento acustico ha un potere di ordinanza, nelle situazioni d’urgenza, anche in materia di emissioni e immissioni di rumore. L’articolo 9 della legge 447/95, come ha evidenziato il TAR Umbria-Perugia, sez. I, sentenza 26.08.2011 n° 271, non deve essere interpretato nel senso restrittivo (meramente letterale). La legge infatti non configura un potere di intervento amministrativo “ordinario” che consenta di ottenere il risultato dell’immediato  abbattimento delle emissioni sonore inquinanti, e pertanto l’utilizzo del particolare potere di ordinanza contingibile e urgente delineato dall’articolo 9  deve ritenersi “normalmente” consentito allorquando gli appositi accertamenti tecnici effettuati dalle competenti Agenzie Regionali di Protezione Ambientale o, aggiungo io, da tecnici compenti in acustica iscritti nell’apposito Albo, rivelino la presenza di un fenomeno di inquinamento acustico, anche se non coinvolge direttamente la salute dell’intera collettività bensì di un numero limitato di cittadini (e, al limite, di una sola persona). Altrimenti, la fattispecie dell’articolo 9 costituirebbe una pleonastica riproduzione, nell’ambito della normativa di settore, del generale potere di ordinanza contingibile ed urgente riconosciuto al sindaco quale ufficiale di governo.
Perché non è una prerogativa del Prefetto far ristabilire la legalità quando a violarla è un comune?. Il Prefetto, se non erro, svolge la vigilanza delle funzioni statali assolte dagli enti locali. Capisco che in questo caso dovrebbe essere compito del Sindaco, ma se questi non ottempera chi deve intervenire? Non stiamo parlando di comminare sanzioni o aprire processi, per questo c’è la Magistratura.
“In tal caso tutelare l’ordine pubblico [la legalità e la salute dei cittadini] significa soprattutto prevenire le cause che potrebbero incrinarli. In questo scenario si colloca il ruolo fondamentale del Prefetto al servizio delle Istituzioni e del cittadino”(citazione dal sito della Prefettura).
Resto fiducioso in un Suo efficace intervento presso il Sindaco del Comune che, “quale autorità locale di PS, è inquadrato in una posizione di subordinazione funzionale nei confronti del Prefetto, dal quale può essere chiamato a collaborare negli ambiti di competenza dell’ente per il migliore [corretto] espletamento della funzione di pubblica sicurezza.” 

Le Istituzioni meritano il massimo rispetto, i cittadini meritano altrettanto rispetto. E hanno il diritto di avere risposte.

Con rinnovata stima.

Aldo Lenzo


mercoledì 5 giugno 2013

Rifiuti: la svolta che non arriva e le promesse da marinaio



L’inerzia e l’inconsapevolezza dei nostri Amministratori locali ha costretto l’Assessore regionale dell’energia e dei servizi di pubblica utilità  ad emanare una prima Direttiva (n. 1/2013) in materia di gestione dei rifiuti (circolare n.221 del 1/02/2013) esplicativa della Legge regionale 8 aprile 2010 n. 9 integrata e modificata dalla Legge regionale 9 gennaio 2013 n. 3 e, recentemente, una seconda Direttiva (n.2/2013) sempre in materia di gestione dei rifiuti (circolare n.1290 del 23/05/2013), “Linee di indirizzo per l’attuazione dell’art.5 comma 2-ter della L.R. 9/2010 nelle more dell’adozione dei Piani d’Ambito”.
L’Assessore Marino nell’ultima Direttiva rileva “… che a tutt’oggi non è stato completato il quadro delle attività disposte con la Direttiva Assessoriale n. 1/2013 ed in particolare non è stato completato il quadro dei piani d’ambito necessari per la nuova programmazione in materia di rifiuti in armonia alle disposizioni contenute nella legge regionale n. 9/2010 così come novellata dalla L.r. 3/2013”; considera che “… appare necessario individuare modalità contingenti per consentire il passaggio operativo alla strutturazione delle ARO (aree di raccolta ottimale) nel rispetto delle finalità programmatorie delle stesse nell’alveo degli ambiti territoriali ottimali”; rileva “che al fine di recuperare i pesanti ritardi nella attuazione della norma appare opportuno acquisire, nelle more della costituzione delle SRR e della adozione complessiva dei piani d’ambito, i piani di intervento e relativi atti per l’affidamento del servizio di competenza dei Comuni in forma singola o associata”.
In sostanza con la  Direttiva n.2/2013 è richiesto ai Comuni di provvedere alla delimitazioni delle aree di raccolta ottimale tenendo conto dei parametri indicati nella stessa direttiva; alla redazione del piano di intervento specificando gli elementi che tale piano dovrà contenere; alla sottoscrizione della convenzione di ARO che dovrà, tra l’altro, disciplinare compiti e funzionamento dell’assemblea dei sindaci, compiti del comune capofila, obblighi tra enti convenzionati e relativi rapporti finanziari, durata della convenzione.

Il Sindaco di Santa Teresa punta sulla discarica di Ligoria e in 10 lo seguono.
Si è appreso, da notizie di stampa, che l’argomento di discussione e di accordo relativo alla gestione dei rifiuti di  undici Amministratori del comprensorio jonico non è stata la definizione di un atto di indirizzo per l’istituzione di un Area di Raccolta Ottimale (ARO) nel nostro comprensorio e la predisposizione e l’approvazione degli atti fondamentali per la gestione dei servizi di raccolta, spazzamento e trasporto dei rifiuti, bensì la riapertura e utilizzo della discarica di Ligoria. “L’accordo è stato siglato lunedì pomeriggio, nella stanza del primo cittadino al primo piano del palazzo municipale, dai sindaci di S. Teresa, S. Alessio, Forza d’Agrò, Antillo, Limina, Roccafiorita, Casalvecchio, Savoca, Furci, Mandanici e Pagliara”.
Ma possono dei sindaci decretare l’apertura o riapertura di una discarica senza sentire prima cosa ne pensano i cittadini interessati? Non mi pare che De Luca sia stato eletto Sindaco con il mandato di far riaprire la discarica di Ligoria. Al contrario,  nel suo programma c’è scritto al punto 6) bonifica delle discariche di rifiuti dismesse sul territorio comunale. Promesse da marinaio. Vatti a fidare!
C’è da rimanere stupefatti per questa scelta. Si fa il contrario di ciò che andrebbe fatto.
Invece di ridurre i costi del ciclo dei rifiuti programmando un nuovo modello di raccolta differenziata, implementando l’impiantisca per il trattamento della frazione organica e della frazione secca residua e attivando strumenti di condivisione delle decisioni con la cittadinanza locale, i Sindaci pensano di risolvere tutti i problemi riaprendo la discarica di Ligoria. “La discarica”, si legge nell’articolo pubblicato dalla redazione di Empirenews24.it,   “sarà gestita dal Comune di S.Teresa. Alla tariffa andrà applicato un aumento di 8 euro per ogni tonnellata di rifiuto conferito che sarà devoluto al Comune di S.Teresa a titolo di risarcimento del danno ambientale in quanto sede dell’impianto di smaltimento.”
Il ruolo di una Amministrazione comunale non è quello di gestire discariche, ma è quello di attivarsi per tutelare la popolazione attraverso nuove e corrette politiche,  controlli indipendenti che tutelino ambiente e salute dei cittadini.

venerdì 17 maggio 2013

"Raccolta rifiuti, nuovo corso"



È il titolo di un articolo di Giuseppe Puglisi pubblicato ieri sulla Gazzetta del Sud.
“Chiesta l’apertura della discarica di Ligoria, contatti con i centri limitrofi” recita il sottotitolo. L’apertura della discarica di Ligoria chiesta dall’Amministrazione comunale di Santa Teresa non può rappresentare  il “nuovo corso”. Sarebbe un ritorno al passato.
 La nostra deve diventare (obbligatoriamente) la società del riciclaggio, dove la produzione dei rifiuti viene ridotta al minimo e i rifiuti vengono considerati una risorsa, attraverso una gerarchia di interventi (spiegata molto chiaramente dalla legislazione comunitaria, nazionale e regionale) che prevede al primo posto la prevenzione, al secondo la preparazione per il riutilizzo, al terzo il riciclaggio, al quarto altri tipo di recupero e solo al quinto e ultimo posto, per una quantità minima (sino all’azzeramento), lo smaltimento in discarica.
Certamente i costi economici della gestione dei rifiuti sono un aspetto importante che va attentamente analizzato e valutato, ma il “costo” più importante da evitare è quello all’ambiente. Più buttiamo in discarica più sprechiamo e paghiamo in termini di costi economici e di qualità della vita.

Invece  di chiedere di riattivare la discarica di Ligoria dovremmo concentrare l’attenzione sulla strategia “Rifiuti Zero”. 

Si tratta di riorganizzare radicalmente l’approccio ai rifiuti con vantaggi non solo ambientali ed economici, ma anche occupazionali. Col nuovo approccio si riuscirà ad incidere, attraverso un sistema innovativo di pratiche già sperimentate nel mondo ed anche in Italia come la raccolta differenziata domiciliare (porta a porta), il compostaggio domestico, la riduzione degli imballaggi con l’introduzione di prodotti alla spina e sfusi, i pannolini ecologici, i mercatini di scambio e riuso, in maniera straordinariamente significativa non solo sulle modalità di raccolta e smaltimento ma sulla stessa produzione dei rifiuti.
Con i rifiuti ci troviamo adesso di fronte ad una scelta che segnerà il futuro della società e dell’ambiente. Non possiamo continuare come prima ma dobbiamo avere il coraggio di pensare ed agire in maniera nuova, rinunciando alla sicurezza di schemi obsoleti che perpetuano e aggravano i problemi che dovrebbero risolvere.

martedì 14 maggio 2013

Se non ce ne occupiamo, i rifiuti ci sommergeranno

E i costi di gestione e ambientali diventeranno insostenibili.

Le Amministrazioni comunali del nostro comprensorio si stanno dimostrando, ancora una volta, insensibili alle tematiche del rispetto e della tutela dell’ambiente. Se intervistati i Sindaci professano buone intenzioni ma, nella pratica mostrano totale disinteresse a programmare e attuare, finalmente, nell’interesse dei cittadini e dell’ambiente,  una raccolta differenziata dei rifiuti “attenta” e corretta.
Essi continuano a comportarsi da irresponsabili, a non capire gli obblighi che hanno verso la comunità che amministrano, a restare passivi quando invece dovrebbero impegnarsi “no stop”, sino alla soluzione del problema.
Dobbiamo essere noi cittadini a prendere l’iniziativa e a costringere i nostri amministratori a fare il loro dovere. Come cittadini e utenti del servizio di igiene ambientale dobbiamo mettere il nostro impegno quotidiano e la disponibilità ad un cambiamento radicale di abitudini per una migliore qualità della vita, dell’ambiente in cui viviamo e del mondo che lasceremo ai nostri figli. Allo stesso tempo dobbiamo esercitare ogni forma di pressione possibile per far si che i Comuni quali responsabili del servizio erogato ai propri cittadini rispondano dei risultati raggiunti.
I Sindaci e le amministrazioni, nell’ambito delle rispettive competenze, devono porre in essere ogni intervento utile ad assicurare la raccolta differenziata dei rifiuti urbani almeno pari alle percentuali minime previste dalla legislazione vigente. Obiettivo mai raggiunto sino ad ora.
Se le percentuali minime non verranno raggiunte anche in futuro, ciò comporterà una lesione diretta, concreta e attuale degli interessi dei cittadini, tale da richiedere azioni di tutela nelle sedi opportune.
È il momento di mettere ogni cosa al suo posto.