venerdì 25 ottobre 2013

L'ingiustizia si deve combattere col diritto

A ciascuno, in modo diverso e con differenti tonalità emotive, capita di sperimentare l’ingiustizia. Se di fronte alla giustizia siamo presi da un senso di disorientamento, per la quantità di sfaccettature di senso che la connotano, rendendo arduo il compito di definirne l’essenza, di fronte all’ingiustizia ci sembra di poter dire “io so che cosa significa perché l’ho patita sulla mia pelle.” (Vera Fisogni)

Ogni cittadino riconosce una serie di diritti e di doveri considerati fondamentali. Inalienabili. Garantiti. Ecco che ad un tratto quel diritto che fino a poco prima pensavi fosse tuo, può essere calpestato e ignorato. All'improvviso scopri di essere debole e indifeso, in balia di chi calpesta le regole, e non tutelato da chi dovrebbe farle rispettare. Stai subendo un sopruso e le istituzioni non vedono, non sentono, non si assumono le loro responsabilità. E non sai se avrai giustizia.

Bisogna contrastare e denunciare le ingiustizie, altrimenti esse diventano “ordinaria normalità”.

Ciascuno deve essere chiamato a rispondere dei suoi errori, delle sue trasgressioni, del danno provocato ad altri e alla collettività.

Siate sempre capaci di sentire nel più profondo qualunque ingiustizia commessa contro chiunque, in qualunque parte del mondo. (Che Guevara)

venerdì 18 ottobre 2013

La Costituzione è un bene comune



Anche Democrazia Partecipata raccoglie l’iniziativa dei firmatari dell’appello “La via Maestra” Lorenza Carlassare, Don Luigi Ciotti, Stefano Rodotà, Gustavo Zagrebelsky, per chiedere ai senatori  di non approvare, con la maggioranza dei due terzi, il Disegno di Legge Costituzionale N. 813-B, che consente la deroga all’articolo 138 della nostra Costituzione (quello in cui è stabilito il processo di revisione costituzionale) ed estende l’invito a scrivere ai Senatori a tutti i cittadini

Oggetto: la Costituzione è un bene comune, si ascoltino tutti i cittadini!

Gentile Senatrice/Senatore,
chiedo in aula un comportamento democratico, responsabile e trasparente per evitare che la legge costituzionale 813-B (che consente la deroga all’articolo 138 della Costituzione), venga approvata con la maggioranza dei due terzi. Tale maggioranza preclude infatti la possibilità di ricorrere al referendum. Sarebbe sufficiente che un limitato numero di senatori (più di 23) non partecipasse alla votazione finale, il 23 ottobre, consentendo così a tutti i cittadini di esprimersi con un referendum su un provvedimento che incide profondamente sul sistema delle garanzie costituzionali e crea un pericoloso precedente per il nostro paese. Allontanando ancora di più la classe politica dai sentimenti di molta parte degli italiani.

Firma:  …………………..

Inviare la mail a:
francesco.verducci@senato.it, magdaangela.zanoni@senato.it, sergio.zavoli@senato.it, vito.vattuone@senato.it, daniela.valentini@senato.it, stefano.vaccari@senato.it, mario.tronti@senato.it, giorgio.tonini@senato.it, walter.tocci@senato.it, angelica.saggese@senato.it, giancarlo.sangalli@senato.it, giorgio.santini@senato.it, francesco.scalia@senato.it, annalisa.silvestro@gmail.com, pasquale.sollo@senato.it, lodovico.sonego@senato.it, maria.spilabotte@senato.it, ugo.sposetti@senato.it, roberto.ruta@senato.it, francesco.russo@senato.it, lucrezia.ricchiuti@senato.it, raffaele.ranucci@senato.it, laura.puppato@senato.it, francesca.puglisi@senato.it, luciano.pizzetti@senato.it, roberta.pinotti@senato.it, leana.pignedoli@senato.it, stefania.pezzopane@senato.it, annamaria.parente@senato.it, giorgio.pagliari@senato.it, venera.padua@senato.it, pamelagiacoma.orru@senato.it, claudio.moscardelli@senato.it, mario.morgoni@senato.it, franco.mirabelli@senato.it, domenico.minniti@senato.it, corradino.mineo@senato.it, mauriziomigliavacca@hotmail.com, claudio.micheloni@senato.it, giuseppina.maturani@senato.it, donella.mattesini@senato.it, claudio.martini@senato.it, ignazio.marino@senato.it, salvatore.margiotta@senato.it, andrea.marcucci@senato.it, luigi.manconi@gmail.com, patrizia.manassero@senato.it, giuseppe.lumia@senato.it, carlo.lucherini@senato.it, doris.lomoro@senato.it, sergio.logiudice@senato.it, stefano.lepri@senato.it, nicola.latorre@senato.it, silviolai@gmail.com, josefa.idem@senato.it, paolo.guerrieri@senato.it, mariacecilia.guerra@senato.it, pietro.grasso@senato.it, miguelgotorpd@gmail.com, nadia.ginetti@senato.it, francesco.giacobbe@senato.it, rita.ghedini@senato.it, mariagrazia.gatti@senato.it, federico.fornaro@senato.it, elena.fissore@senato.it, anna.finocchiaro@senato.it, rosanna.filippin@senato.it, marco.filippi@senato.it, elena.ferrara@senato.it, valeria.fedeli@senato.it, nicoletta.favero@senato.it, emma.fattorini@senato.it, camilla.fabbri@senato.it, stefano.esposito@senato.it, nerina.dirindin@senato.it, rosamaria.digiorgi@senato.it, isabella.demonte@senato.it, mauro.delbarba@senato.it, erica.dadda@senato.it, vincenzo.cuomo@senato.it, giuseppeluigi.cucca@senato.it, paolo.corsini@senato.it, stefano.collina@senato.it, roberto.cociancich@senato.it, monica.cirinna@senato.it, laura.cantini@senato.it, massimo.caleo@senato.it, rosaria.capacchione@senato.it, valeria.cardinali@senato.it, filippo.bubbico@senato.it, claudio.broglia@senato.it, danielegaetano.borioli@senato.it, amedeo.bianco@senato.it, mariateresa.bertuzzi@senato.it, bruno.astorre@senato.it, ignangioni@tiscali.it, silvana.amati@senato.it, donatella.albano@senato.it, luigi.zanda@senato.it, 

lunedì 14 ottobre 2013

Lettera al mio sindaco

Suggerisco di prendere in prestito la bella lettera scritta da Yona Friedman, estratta dal libro di Luca Mercalli "PREPARIAMOCI a vivere in un mondo con meno risorse, meno energia, meno abbondanza ... e forse più felice", edito da Chiarelettere, e inviarla con ogni mezzo possibile al proprio sindaco. Il cambiamento deve partire da noi cittadini, dalle nostre case, dalle nostre abitudini che devono essere più sane ed economiche (dal consumo d’acqua, ai trasporti, dai rifiuti alle energie rinnovabili, dall’orto all’impegno civile). 
Lettera al mio Sindaco
... preparare l'adattamento dell'animale umano 
al potenziale impoverimento del pianeta.
Yona Friedman, architetto, 2009

Caro Sindaco,
oggi abbiamo una Terra con sette miliardi di individui, dilaniati da disparità intollerabili, che con ogni loro bisogno e ogni loro scelta di consumo incidono sul clima, sull’acqua, sulla salute, sulla produzione di scorie e rifiuti di durata plurimillenaria, sulla disponibilità di cibo e materie prime, per se stessi e per tutte le generazioni future. Abbiamo una tecnologia che non è mai stata così potente, ma è un’arma a doppio taglio. Abbiamo un mondo estremamente complesso, ma pure fragile. Abbiamo un’economia basata su un’impossibile crescita infinita, alla quale però obbediamo stoltamente come a una religione. Abbiamo religioni e ideologie antiche, totalmente inadeguate a gestire questo rapido cambiamento epocale. Caro Sindaco, amministrare oggi è una responsabilità enorme, e sulle tue spalle grava non solo il giudizio dei tuoi elettori, non sempre informati, non sempre onesti, che vogliono solo risposte concrete per oggi, ma pure quello delle generazioni più giovani e di quelle ancora a venire, che ti condanneranno senza pietà o ti ringrazieranno per  l’eternità, perché dalle tue scelte dipenderà il loro benessere. Come per un grave malanno c’è un tempo nel quale la prevenzione ha ancora un senso prima che i sintomi divengano incurabili. Sei proprio tu, e solo tu quello che può ancora fare qualcosa. Adesso. Dopo sarà troppo tardi. Allora prova a uscire dagli schemi, dal conformismo ideologico, dalle soluzioni semplificate, dalla comodità, dal piccolo o grande interesse, dall’ignoranza, dalla supponenza. Prova a pensare a un progetto che parta dalle esigenze dei cittadini di oggi e di domani, coinvolga i centri di ricerca per trovare le soluzioni più razionali tramite la condivisione con le persone dei vari scenari possibili. Prova a immaginare città con aria più pulita, con più verde, con mezzi pubblici più efficienti, con più spazio per i piedi e le biciclette, con più risparmio energetico, con meno rifiuti, con meno automobili, con meno consumi superflui, ispirandoti a modelli virtuosi che stanno nascendo proprio nella nostra Europa. Prova a ricreare i legami fisici e sociali tra città, territorio extraurbano e piccoli centri, fermando la cementificazione, promuovendo la diffusione equilibrata delle energie rinnovabili, i circuiti di produzione di cibo locale, la salvaguardia del paesaggio, la consapevolezza dei limiti. Raccogli la sfida ecologica globale come punto di partenza per pensare il futuro con un progetto coraggioso che metta la ricchezza sociale prima della ricchezza economica, che pure potrà rigenerarsi con nuove produzioni ecocompatibili. Oggi hai internet che ti permette di informarti più velocemente e più profondamente su ciò che accade nel mondo. Fai rete, circondati di una squadra competente in tanti settori: non potrai fare tutto da solo, è impossibile. Pensa al carattere di irreversibilità delle tue azioni: ogni grammo di CO2 in più nell’atmosfera, ogni metro quadrato di cemento in più e di suolo in meno, ogni capriccio al posto di una reale necessità avranno conseguenze anche gravi nel tempo e nello spazio. Per favore, fai tanta manutenzione e poche inaugurazioni. Metti davanti a tutto la cura dei beni comuni, l’ambiente, la sanità, l’istruzione e la preparazione dei cittadini ad affrontare nuove scarsità: è l’unico modo per proteggere la società civile dalla trappola della barbarie, che sempre emerge quando la torta diventa più piccola. Tanti auguri, siamo tutti con te, perché il sindaco amministra con i cittadini. Insieme ce la faremo.

sabato 12 ottobre 2013

Come indurre le Istituzioni a fare il loro dovere?


È  il titolo di un post che ho inviato alla redazione di Inquinamentoacistico.it il 16 giugno 2013. 
 
Egregio signore,
potrà apparirle paradossale, ma il nostro Paese ha rappresentato, in un passato poi non molto lontano, la Patria del Diritto civile. Uno Stato senza regole non è in grado di esercitare il suo potere sui cittadini, i quali, di rimando, non avranno occasione di identificarlo quale Organo di rivalsa dei loro diritti. Un ruolo molto difficile da gestire, così come lo dimostra l'articolata struttura organizzativa sviluppata dalle grandi potenze che oggi dominano il pianeta. 
Inefficienze, disparità di trattamento e finanche corruzione sono alla base di un modello gestionale decadente, costretto prima o poi a soccombere allo strapotere di coloro che dispongono di mezzi alternativi, ai quali una parte dei cittadini è costretta a ricondursi. Il risultato è un inesorabile e lenta disaffezione dell'Autorità pubblica, sia in ambito sociale e, quel che è peggio, anche in ambito economico, attraverso un deflusso di capitali che, ad oggi, rappresenta la linfa vitale per la gestione dei processi di sviluppo moderni. Porre ostacolo a tali processi degenerativi è molto difficile e non sempre assicura risultati risolutivi, specie se la "cura" viene somministrata in uno stadio avanzato della "malattia".
Quando un Paese necessita di articolati strumenti coercitivi per persuadere dai cattivi comportamenti, è un chiaro segnale che le regole non sono lo strumento ideale, poiché, nella migliore delle ipotesi, assolveranno alle esigenze di una cerchia limitata di persone. In questi casi, invece, è necessario adottare un cambiamento di cultura, il quale per contro impone tempi assai più lunghi e meccanismi di gestione più complessi.
Gli avvenimenti da Lei descritti sono una chiara testimonianza che le "regole" non assolvono adeguatamente ai termini delle risposte attese, dal momento che ogni regola necessità di "arbitri" in grado di assicurare il regolare svolgimento del "gioco", ma se l'arbitro è assente o non assolve appieno ai suoi compiti, quelle stesse regole perdono di utilità. Ad ogni buon conto, sono numerosi i casi in cui l'Autorità Giudiziaria ha saputo far fronte, nonostante gli innumerevoli ostacoli, a tali stati di degrado e c'è da credere che anche il caso da Lei esposto possa trovare un degno epilogo.
Inquinamentoacustico.it

lunedì 7 ottobre 2013

Legalità ... questa sconosciuta


A Santa Teresa di Riva, ridente cittadina sul mare jonio, ridono solo gli “amici degli amici”. Abbiamo avuto una sequela di primi cittadini che hanno ritenuto il rispetto e la pratica delle leggi non un esigenza fondamentale della vita sociale ma, un optional.  Per loro la legalità è qualcosa che può essere piegato al loro volere e potere. La cosa che più impressiona, nei nostri territori, non è tanto la strana concezione che chi fa politica e viene eletto Sindaco o ad altra carica ha della legalità, ma il fatto che non viene attivato alcun recupero di legalità sia per fatti rilevanti sia  per quelle forme di illegalità verso le quali non c’è sufficiente attenzione e condanna. In contesti come il nostro, l’illegalità si rafforza nella rete di interessi e complicità o anche solo nell’indifferenza e deresponsabilizzazione  in cui la pubblica amministrazione e gli organi dello Stato agiscono. In questo modo, “piccoli e grandi reati diventano costume, o meglio malcostume, espressioni di un’illegalità che è stata “depenalizzata” nelle coscienze e si è insediata nelle pieghe della vita sociale” (Don Luigi Ciotti).

Abbiamo inutilmente aspettato che l’inquinamento acustico di cui siamo ancora vittime  fosse risolto. Invece, incredibilmente, anno dopo anno, così non è stato. Su pressione dei gestori del bar che provocano l’inquinamento, il padrone di casa ci ha fatto sapere con largo anticipo che non ci rinnoverà il contratto di locazione (scade a maggio 2014). Molto probabilmente affitterà l’appartamento ai gestori ad un prezzo più remunerativo (buon per lui). I gestori vanno dicendo che ci hanno sfrattato: poco male. In verità, visto che non siamo stati tutelati (non ho perso la speranza che qualcuno prima o poi paghi per questo), io e miei familiari ci dichiariamo “sconfitti”. E visto che l’inquinamento acustico non è stato inibito, per non compromettere ulteriormente la nostra salute lasceremo l’appartamento anticipatamente, trasferendoci in altra località. In questo modo eviteremo che il solo cambiare alloggio possa risultare inutile.

Dove non c'è legalità non c'è cittadinanza.

giovedì 3 ottobre 2013

Comunicare i beni comuni

di Gregorio Arena  
Tutti i beni comuni sono innanzitutto beni comuni locali
Comunicare i beni comuni. O meglio, comunicare per i beni comuni, a difesa dei beni comuni, per proteggerli, perché essendo a disposizione di chiunque voglia usarli corrono continuamente il rischio di essere logorati, se non addirittura distrutti, da usi egoistici, predatori e irresponsabili.
Al cuore della questione dei beni comuni c'è la condivisione, sia come causa del loro logoramento, sia come mezzo per difenderli
La comunicazione può essere uno strumento molto potente per creare intorno ai beni comuni una rete di protezione composta da tutti coloro che sono consapevoli della loro importanza e vulnerabilità. Anche il potere è uno strumento potente, certamente. E sanzionare i comportamenti distruttivi è non soltanto doveroso, ma anche indispensabile per scoraggiare i predatori dei beni comuni.

Una radice in comune
Ma è la comunicazione lo strumento migliore per difenderli, per una ragione che affonda le sue radici nell'etimologia del termine stesso comunicare, dal latino commune, composto di cum e di un derivato di munus ("incarico, compito"), per cui commune vuol dire letteralmente "che svolge il suo compito insieme con altri".
Di qui l'italiano "comune" per indicare "ciò che è proprio di almeno due persone o cose", nonché una serie foltissima di termini che indicano la condivisione, il mettere insieme, il rendere partecipi più soggetti: comunità, comunanza, comunione, comunismo, comunicativa, comunicato e, appunto, comunicare e comunicazione.

I beni comuni, beni con-divisi
Se l'effetto del comunicare consiste nel condividere, nel rendere più soggetti partecipi di qualcosa, questo spiega perché per proteggere i beni comuni la comunicazione è meglio del potere. Perchè deve esserci coerenza fra il mezzo e il fine, in quanto il mezzo è già il fine, il percorso è già il punto di arrivo. E quindi anche lo strumento usato per proteggere e sviluppare i beni comuni deve essere coerente con la loro natura, sia per ragioni etiche, sia perché un mezzo coerente con il fine è più efficace.
E quale è la natura dei beni comuni? Quella di essere appunto beni con-divisi, mentre i beni privati sono per definizione non condivisi, semmai sub-divisi.

Comunicare per condividere
Ma se al cuore della questione dei beni comuni c'è la condivisione, sia come causa del loro logoramento, sia come mezzo per difenderli, allora la comunicazione è meglio del potere per difendere i beni comuni perché l'esercizio del potere divide, mentre la comunicazione creando condivisione di punti di vista unisce.
Comunicare i beni comuni significa fare esattamente questo: ottenere che il maggior numero possibile di persone condividano una certa idea dei beni comuni, del loro ruolo, della loro centralità nella costruzione di un modello di società fondata non soltanto sulla proprietà di beni privati, ma anche sull'uso responsabile di beni comuni, condivisi. E, condividendo questa idea, si attivino insieme con altri per prendersi cura dei beni comuni materiali e immateriali della comunità in cui vivono.

Quali sono i beni comuni?
Per arrivare a questo risultato la prima cosa da fare consiste nel definire i beni comuni, le loro caratteristiche e ciò che li distingue dai beni pubblici e da quelli privati.
Una riflessione teorica approfondita su queste tematiche è contenuta nei saggi pubblicati in G. Arena - C. Iaione, a cura di, L'Italia dei beni comuni, Carocci, 2010. Ma per dare un'idea di cosa significhi comunicare (per) i beni comuni è sufficiente elencarne alcuni, sia pure in maniera disorganica: il territorio, la qualità dell'ambiente, le risorse naturali, l'acqua, l'aria, la sicurezza, la fiducia nei rapporti sociali, la legalità, la vivibilità urbana, il linguaggio, la memoria collettiva, i sistemi di regole; ma anche i diritti dell'uomo, la regolazione del mercato, la salute, l'istruzione, le infrastrutture (le strade, le scuole, gli ospedali, i musei...), i beni culturali, i servizi pubblici, il capitale sociale e altri simili a questi, di cui ciascuno può godere liberamente ma che proprio per tale motivo sono continuamente minacciati da un uso egoistico.
In questo elenco vi sono "beni" molto diversi fra di loro, ma per tutti vale l'osservazione che il loro arricchimento è nell'interesse generale, così come lo è evitare il loro impoverimento.

Curare i beni comuni conviene
L'obiettivo principale della comunicazione per i beni comuni consiste dunque nel convincere milioni di persone che conviene prendersi cura dei beni comuni, perché l'arricchimento dei beni condivisi arricchisce tutti, così come il loro impoverimento equivale ad un impoverimento di tutta la società.
Conviene sotto un duplice profilo. Innanzitutto perché dall'elenco di beni comuni riportato sopra, per quanto disorganico, emerge chiaramente la loro assoluta centralità, per non dire indispensabilità, per una qualità della vita degna di esseri umani civili.
E in secondo luogo perché anche il più acceso individualista deve ammettere che senza beni comuni i suoi beni privati hanno meno valore o sono addirittura inutilizzabili: per esempio, a che serve avere un'automobile se mancano le strade, cioè un'infrastruttura di uso condiviso?

Due tipologie di comunicazione
La comunicazione per i beni comuni può essere sia generale, rivolta cioè ad un target indifferenziato e generico, sia settoriale, rivolta cioè a "pubblici" specifici.
Nel primo caso si tratta, come si diceva prima, di raggiungere una platea molto ampia di soggetti per convincerli che, poiché dalla qualità dei beni comuni dipende la qualità delle loro vite, gli conviene prendersi cura non soltanto (come già fanno) dei propri beni privati, ma anche dei beni condivisi, insieme con altri cittadini e con le amministrazioni pubbliche.
Nel secondo caso invece la comunicazione si rivolge a pubblici interessati non genericamente ai beni comuni in quanto tali, ma ad una specifica categoria di questi beni, materiali (ambiente, acqua, territorio, etc.), immateriali (legalità, salute, istruzione, etc.) o misti (vivibilità urbana, decoro, etc.). I messaggi andranno ovviamente calibrati in funzione sia dei diversi pubblici sia delle diverse caratteristiche dei vari beni, ma con un'avvertenza che riguarda tutti i beni comuni.

All commons are local commons
Un politico americano di grande esperienza usava dire che All government is local government, cioè "Tutta l'amministrazione è amministrazione locale", per dire che i problemi politici e amministrativi alla fine vanno affrontati e risolti a livello locale. Ebbene, anche per i beni comuni si potrebbe dire lo stesso: All commons are local commons, cioè "Tutti i beni comuni sono prima di tutto beni locali" e la loro cura e sviluppo vanno gestiti prevalentemente a livello locale.
I centri storici delle nostre città sono espressioni concrete di quel bene comune immateriale e generale che è la cultura. E' vero che chiunque al mondo può godere le bellezze delle città italiane che, sotto tale profilo, sono beni comuni universali. Ma le piazze, le strade e gli edifici che compongono un centro storico sono innanzitutto beni di una determinata comunità, che vive da secoli nel territorio dove si trovano quei beni culturali e che li utilizza per soddisfare le proprie esigenze di vita, di socializzazione, economiche, ricreative, etc.
Un centro storico, così come altri beni comuni, è dunque un bene condiviso di cui una particolare comunità ha il godimento (vantaggio), ma anche la custodia (responsabilità), per consentirne l'uso a tutti gli altri esseri umani potenzialmente interessati.

Incoraggiare i cittadini attivi, responsabili e solidali
La comunicazione per i beni comuni deve tenere conto di questa duplice natura dei destinatari del messaggio: da un lato utilizzatori tendenzialmente egoistici dei beni comuni presenti sul loro territorio, quindi potenziali predatori, dall'altro "custodi" di tali beni, responsabili della loro cura nei confronti di tutta l'umanità, quindi potenziali cittadini attivi per la cura dei beni condivisi.
La comunicazione deve rivolgersi a persone che hanno dentro di sè entrambe queste potenzialità, scoraggiando il loro lato "predatorio" e incoraggiando quello responsabile e solidale. E' difficile ma, come si è detto all'inizio, la comunicazione è uno strumento straordinariamente potente. Se usato con intelligenza, i risultati possono essere altrettanto straordinari
 
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giovedì 19 settembre 2013

Linee guida A.R.O.

Con diversi mesi di ritardo la Regione Siciliana ha pubblicato oggi sul suo sito web, nelle pagine curate dal Dipartimento dell’acqua e dei rifiuti,  le Linee Guida per la redazione dei piani di intervento in attuazione dell’Art.5, comma 2-Ter della L.r. n.9 e ss.mm. nelle more dell’adozione dei piani d’ambito.
Il recepimento della Direttiva Comunitaria 2008/98/CE ha introdotto disposizioni relative alla “gerarchia dei rifiuti”. Tale gerarchia  si applica quale ordine di priorità della normativa e della politica in materia di prevenzione e gestione dei rifiuti e privilegia nell’ordine: la prevenzione della produzione del rifiuto; il riutilizzo dei prodotti; il riciclaggio di alta qualità.
Riguardo alla “prevenzione” la Direttiva prevede che “entro il 31 dicembre 2013 gli Stati Membri adottano programmi di prevenzione dei rifiuti”. Per quanto riguarda il “riutilizzo” “gli Stati Membri adottano le misure necessarie per promuovere il riutilizzo favorendo la costituzione di reti di riparazione, l’uso di strumenti economici, di criteri in materia di appalti, di obiettivi quantitativi o di altre misure”. Riguardo al “riciclaggio” la Direttiva specifica che “viene istituita la raccolta differenziata al fine di soddisfare i necessari criteri qualitativi per i settori di riciclaggio pertinenti”.
La Legge regionale prevede di “promuovere la progettazione di prodotti ed imballaggi tali da ridurre all’origine la produzione di rifiuti, soprattutto non riciclabili, adottando le necessarie forme di incentivazione”. Tale norma è sicuramente applicabile ai produttori locali.
Pertanto, nel Piano di intervento i Comuni dovrebbero individuare azioni volte ad incentivare una politica di prevenzione della produzione del rifiuto, promuovere il riutilizzo, il riciclaggio ed il recupero dei rifiuti urbani e speciali. Inoltre la Legge regionale prevede che ciascun comune adotti “il regolamento comunale per la raccolta differenziata”.
La Legge regionale 9/2010 prevede che i Comuni possono procedere alla perimetrazione dei territori comunali in Aree di Raccolta Ottimale (Aro) con un corrispondente Piano di intervento con allegato capitolato d’oneri e quadro economico di spesa che dimostri che l’organizzazione del servizio in Aro rispetta i principi di differenziazione, adeguatezza ed efficienza. Con tale assunto viene affermato il principio che responsabile, dell’organizzazione e della gestione del servizio di spazzamento, raccolta e trasporto dei rifiuti e delle percentuali di raccolta differenziata che vengono raggiunte, è l’Ente Locale.
Si spera che le Linee Guida possano essere utili per far si che i Piani di intervento vengano redatti in modo che tengano conto di tutti gli aspetti e modalità organizzative del servizio da svolgere, delle azioni di comunicazione e educazione ai cittadini da predisporre, e dei sistemi di monitoraggio e controllo della gestione da attivare.




giovedì 12 settembre 2013

Vago il piano rifiuti di Cateno De Luca

La Relazione del sindaco De Luca nella parte riguardante il nuovo sistema di raccolta e smaltimento dei rifiuti, non chiarisce quanto egli ha enunciato durante il Consiglio comunale. Nella relazione è menzionata la previsione di un impianto di compostaggio che dovrebbe entrare in esercizio, sempre a Ligoria, per il trattamento della frazione organica da raccolta differenziata entro il 2014, nella “fase a regime”, e affiancare il biostabilizzatore  per il pretrattamento, previsto per legge, dei rifiuti indifferenziati. Il piano prevede una fase iniziale e una fase transitoria durante le quali l’umido finirà insieme al rifiuto secco residuo nei cassonetti dell’indifferenziato.
È biasimevole non attrezzarsi da subito a separare tutte le frazioni, incluso l’umido. La difficoltà di ordine economico di conferire la frazione verde ed umida nell’impianto di Ramacca, cui fa riferimento De Luca, non è dimostrata e/o quantificata. I costi per portare l’umido a Ramacca non è detto che siano superiori a quelli del conferimento in discarica a Motta S.Anastasia. Anche se ciò fosse dimostrato non sarebbe una giustificazione valida. Bisogna tenere conto anche dei costi ambientali. A Ligoria non si potrà comunque conferire se prima non sarà pronto e autorizzato l’impianto di pretrattamento dei rifiuti.
È  controproducente non eliminare da subito tutti i cassonetti: i cittadini non avranno la percezione del cambiamento e tanti continueranno a buttare,  come sempre, tutto nell’indifferenziato. È da sprovveduti non aver previsto una fase di start up con al centro la comunicazione, l’informazione e la formazione dei cittadini e delle utenze domestiche e quelle non domestiche. A tale scopo bisognerebbe addestrare un consistente numero di “formatori” cui affidare l’istruzione di tutte le utenze. Gran parte di questa formazione deve essere fatta prima dell’avvio del nuovo sistema. Se non si fa questo, difficilmente si potranno raggiungere, significative percentuali di raccolta differenziata.  Nella relazione non c’è alcun riferimento alla riduzione dei rifiuti, al riciclo e al riuso. Non si parla di centri di riparazione e di preparazione per il riutilizzo, di ecopunti, di incentivi, di premi ai comportamenti virtuosi, di tariffa puntuale.
Il progetto illustrato nella relazione dal sindaco De Luca, oltre ad essere vago, è subordinato alle autorizzazioni della Regione e alla riapertura della discarica di Ligoria.  Esiste un piano di riserva (piano B) nel caso queste autorizzazioni non vengano rilasciate?.

Informazione e trasparenza nel nostro comune continua ad essere insufficiente. Un comune è trasparente quando permette a tutti i cittadini di trovare, comprendere e diffondere le informazioni in suo possesso.

martedì 10 settembre 2013

Tempesta in arrivo sui rifiuti?

Ieri su “La Repubblica”, edizione di Palermo, è stata pubblicata un’intervista al presidente Crocetta di Antonio Fraschilla. Riporto una delle domande del giornalista e la risposta del governatore. Domanda: “A proposito, nei giorni scorsi l’assessore Nicolò Marino ha lanciato l’allarme perché in alcune provincie non si sono create le nuove Società di gestione, le Srr, e rimangono gli Ato colabrodo”. Risposta: “Da mesi dico all’assessore di essere più incisivo. La gestione del servizio di raccolta deve tornare ai comuni, le Srr sono altri carrozzoni. Sui rifiuti, acqua pubblica e stop all’eolico il programma è quello del governo. Non ci sono programmi individuali degli assessori, quello che vorrebbe il Pd mettendo in giunta qualche deputato che poi risponde solo alla sua corrente”.Intanto c’è da dire che le Srr non sono società di gestione ma “società per la regolamentazione del servizio di gestione dei rifiuti”. Le Srr non gestiscono nulla: regolamentano (dettano le regole e controllano). Gli atti fondamentali sono: Piano d’ambito, costi standard, tariffe d’ambito, monitoraggio servizi, progettazione impiantistica. Queste cose il governatore dovrebbe saperle (e avrebbe dovuto correggere il giornalista che ha posto la domanda).Il governatore non può dire che le Srr sono altri carrozzoni, come nei discorsi che si sentono al bar. C’è una legge della Regione Siciliana che ha istituito le Srr. Se la legge non andava bene il governatore Crocetta poteva proporne una nuova o modificarla in linea con il suo programma di governo. Forse mi sbaglio, ma penso che il “programma di governo” sui rifiuti non esista (intendo uno specifico e dettagliato programma sui rifiuti). Il governatore va avanti per slogan tipo: “Siamo per Rifiuti Zero” e “la gestione dei rifiuti deve tornare ai comuni”.Visto che la legge 9/2010 che ha istituito le Srr è tuttora in vigore, l’assessore Marino e tutti gli altri del dipartimento rifiuti non potrebbero non tenerne conto. E tuttavia concordo con il governatore nel ritenere che l’organizzazione e la programmazione della nuova gestione non sia stata incisiva, o meglio, all’altezza della drammaticità della situazione rifiuti in Sicilia. Non sono in grado di determinare di chi siano le colpe maggiori di questo stallo e scarsa incisività. Secondo me dovrebbero cadere molte teste. Sicuramente qualcuno deve essere sostituito. I sindaci, o gran parte di essi, non sono in grado di risolvere il problema e potrebbero peggiorare le cose, devono essere affiancati e guidati. Le Srr potrebbero diventare dei carrozzoni solo se sarà permesso che lo possano diventare.

venerdì 6 settembre 2013

Gestione rifiuti nel caos?


Nicolò Marino
In un articolo pubblicato sul quotidiano “La Repubblica” del 5 settembre 2013, scritto da Antonio Fraschilla, si apprende che “l’assessore all’Energia Nicolò Marino lancia l’allarme in vista della scadenza del 30 settembre: data entro la quale gli Ato dovranno essere liquidati e non potranno più gestire la raccolta dei rifiuti”. “Nell’isola si rischia il caos: in tre provincie, Palermo, Agrigento e Messina le Srr non sono state ancora costituite”.
L’assessore Marino e il direttore del dipartimento Acque e rifiuti Marco Lupo scaricano le responsabilità sui sindaci: “Le leggi vanno rispettate, i sindaci che non hanno ancora costituito le Srr si prenderanno la responsabilità dei danni erariali”. Magari fosse così. Non credo che i sindaci saranno destituiti o costretti a pagare di tasca loro per i danni causati. A pagare saranno solo e sempre i cittadini. Ma voi caro assessore Marino e caro direttore Lupo dove eravate mentre tutto questo stava avvenendo o meglio non stava avvenendo? Siete voi i maggiori responsabili di tutto questo. Siete voi al vertice della piramide organizzativa: dovreste dimettervi!
Quando un comune non adempie ad un obbligo di legge è la Regione che deve intervenire. Gli oltre 200 commissari ad acta mandati nei comuni inadempienti avrebbero dovuto completare l’opera incluso la costituzione delle Srr, la stesura del Piano d’ambito e tutto quanto necessario a far partire la nuova gestione nei tempi previsti dalla legge. Naturalmente addebitando i costi per i commissari ai singoli comuni, così in futuro i cittadini saranno più attenti a scegliere chi li amministra. L’art.14 (Potere sostitutivo) della Legge regionale n.9/2010 di riforma degli Ato prevede che qualora gli enti non ottemperino alle funzioni e ai compiti assegnati dalla legge, l’assessore regionale per le Autonomie locali e la Funzione pubblica, su segnalazione dell’assessorato regionale dell’Energia e dei Servizi di pubblica utilità, dispone, previa diffida, la nomina di commissari straordinari nei casi previsti dalle legge stessa. Questo doveva esser fatto e non è stato.
Sempre nello stesso articolo pubblicato su “Repubblica” c’è la notizia che trenta comuni hanno avuto il via libera dalla Regione a gestire in proprio il servizio di raccolta e tra questi Fiumedinisi, Nizza di Sicilia, Alì e Alì Terme. Questo vuol dire che l’Aro della Valle del Nisi, contrariamente a quanto da me ipotizzato, è stato approvato.
Peccato che non si conosca, almeno credo, il Piano d’intervento grazie al quale i quattro comuni sono stati autorizzati a costituire l’Aro e a procedere all’affidamento del servizio. Al momento non è dato sapere se sarà gestione diretta o affidamento del servizio a terzi. Sul sito della Regione non ci sono notizie in merito e neanche sul sito del Comune di Alì Terme, capofila dell’Aro. Mi chiedo, ma i cittadini dove devono prendere le informazioni che li riguardano?
Sempre stando al citato articolo di stampa pare che l’assessore Marino abbia dichiarato: “Io non ho alcuna intenzione di prorogare per un solo giorno gli Ato”. Allora il caos sarà inevitabile.

sabato 24 agosto 2013

La cultura come bene comune


Scritto da Christian Iaione   
Felicità, condivisione/cooperazione e governance
Cultura, partiamo dall'etimologia e dalla sua valenza semantica. Etimologicamente cultura proviene da coltivare soprattutto se viene riferito al territorio e, sul piano semantico, se riferito all'uomo esso esprime anche la cura necessaria per sviluppare il sistema di valori che una cultura racchiude.
Siamo entrati nella “crowd-age”. Si parla di crowdsourcing e crowdfunding. Anche per dare risposte ai problemi della collettività occorre coinvolgere sempre di più le persone, i cittadini, le associazioni, le imprese e mettere tutti a spingere nella stessa direzione, la direzione della governance
Il principale patrimonio culturale da conservare, tutelare e sviluppare sono le persone. Occorre consentire alle persone di coltivare sé stesse e occorre consentire loro di prendersi cura delle altre persone e dei beni comuni. Perché da questo può dipendere la felicità pubblica e privata.

La felicità privata dipende dalla felicità pubblica
La felicità della persona dipende dallo "stare bene" delle persone all'interno di una società. E lo "stare bene" o benessere individuale non dipende esclusivamente da condizioni materiali. Amartya Sen ha spiegato come la condizione di non benessere e disagio si determini ogni qualvolta sia negata alla persona la libertà di svilupparsi pienamente, affermando la propria dignità e valorizzando i propri talenti. Passando da una concezione redistributiva ad una procedurale del principio di eguaglianza, diventa chiara la missione costituzionale dei poteri pubblici (art. 3, comma 2, Cost.): promuovere le condizioni affinché i cittadini, soprattutto quelli di più giovane età, possano liberamente ed individualmente scegliere come coltivare la propria personalità, i propri talenti per contribuire al "progresso materiale e spirituale della società" (art. 4, comma 2, Cost.). E mettere in condizione le persone di sviluppare le proprie capacità consentendo loro di esercitare la libertà solidale e responsabile di curare, proteggere e conservare, per tutta la comunità e le generazioni future, i beni comuni (art. 118, comma 4, Cost.) può contribuire a realizzare quella "fioritura della persona" che per Sen costituisce il vero fulcro della felicità, l'unico valore da misurare per saggiare il reale benessere di una comunità.
La felicità privata quindi dipende dalla felicità pubblica e dalla possibilità delle persone di poter contribuire alla seconda. Albert Otto Hirschman direbbe che siamo entrati in un ciclo in cui le persone sono pronte a impegnarsi per la felicità pubblica perché hanno capito l'incidenza che essa ha sulla felicità privata. Siamo legati da un destino comune, aggiungerebbe Calamandrei. Si progredisce solo insieme, ci si salva solo insieme. Ripristinare le relazioni solidali orizzontali tra le persone e la capacità di cooperare delle persone sono gli ingredienti sui quali i poteri pubblici devono investire per adeguare il proprio ruolo alle sfide del XXI secolo. Siamo nell'età della diffusione delle conoscenze e delle competenze, mentre l'amministrazione attuale è stata concepita nell'Ottocento come una piattaforma chiusa ed elitaria in cui concentrare competenze e conoscenze. Oggi deve diventare una piattaforma aperta che offre gli strumenti e le opportunità alle persone e alla società di dare risposte mettendo a fattor comune le competenze e conoscenze individuali.

Politiche culturali di co-produzione e governance
Fare politiche culturali oggi significa poi integrare politiche pubbliche diverse (i.e. servizi pubblici, urbanistica, periferie, integrazione, coesione sociale, formazione anche professionale) e utilizzare tecniche di co-produzione e governance.
Bisogna abbandonare la visione solipsistica e a canne d'organo delle politiche pubbliche, soprattutto di quelle urbane. I bisogni delle persone richiedono risposte integrate e complete, centrate sul mutuo soccorso. Servono luoghi, laboratori dove questa integrazione può avvenire e le persone possono incontrarsi per conoscersi, collaborare e cooperare.
Ad esempio, a Malmö l'ammnistrazione intende lanciare con la collaborazione di operatori privati un progetto di restauro e riqualificazione di edifici costruiti negli anni Settanta. La città intende lavorare con processi bottom-up e di empowerment dei cittadini. Fra le varie azioni si metterà in piedi un "atelier" incentrato su riqualificazione edilizia e acquisizione di conoscenze e competenze per immigrati che non conoscono ancora la lingua e disoccupati di lungo termine, visto che questi edifici sono in zone "difficili" della città. A Malmö sono già operativi due "living labs" Fabriken the Factory dove le persone imparano arti e mestieri e Fabriken The Neighborhood che si occupa più nello specifico di servizi e manutenzione per il quartiere.
Una Fabriken è stata attivata per supportare il lavoro di una NGO di donne immigrate. Particolarmente interessante è anche il metodo di lavoro che viene utilizzato per mettere in piedi le varie Fabriken.

Amministrare in modo orizzontale, paritario e aperto
Bisogna quindi puntare sulla creazione di laboratori di co-design e su processi di co-produzione dove si cerca di progettare e costruire nuovi servizi e prodotti facilitando la collaborazione tra cittadini, NGOs, aziende, istituzioni pubbliche e università. Una politica culturale di nuovo conio deve dunque partire da iniziative bottom-up e cercare di capire come supportarle e renderle sostenibili a lungo termine lavorando assieme ad altre istituzioni, aziende, non profit.
Per realizzare tutto questo, le istituzioni devono rinunciare al monopolio della cura dell'interesse generale e accettare l'idea che devono allearsi con la società, in tutte le sue articolazioni. Occorre introdurre nel dibattito pubblico relativo alla tutela, gestione e manutenzione dei beni culturali in Italia principi, strumenti e modelli organizzativi ispirati a tecniche di governance.
Al contrario delle tecniche di government, le tecniche di governance sono caratterizzate da paritarietà, orizzontalità e apertura verso comunità territoriali e società civile locale. Esse fanno perno sulla collaborazione tra i diversi attori (istituzionali o sociali) ai fini della realizzazione di scopi di interesse generale (1). La matrice di tutti gli strumenti di governance è proprio quella di far partire dal basso la scelta pubblica e di fare leva su soluzioni imperniate sulla collaborazione dei diversi attori in gioco, pubblici e privati, con scopo di lucro e non profit, istituzionali e di comunità, locali e globali.
Di esempi ce ne sono tanti. Coinvolgimento del terzo settore e del mondo del volontariato nella erogazione dei servizi culturali (volontariato culturale, Musei aperti con il Touring, Legambiente).
Poi, ci sono diversi casi di adozione di monumenti e biblioteche. E, infine, ci sono i modelli di gestione non profit che si possono suddividere in gestioni collettive (ad es. teatri, le gestioni FAI, le Oasi WWF, Paestumanità, archeologia sociale) e gestioni condivise (ad es. Carditello, Fondazione Villa Emo). Nelle prime la comunità si fa totale carico della responsabilità di curare i beni culturali. Nella seconda si formano dei veri e propri partenariati tra la pubblica amministrazione e la comunità.

La "crowd-age"
Siamo entrati nella "crowd-age". Si parla di crowdsourcing e crowdfunding. Anche per dare risposte ai problemi della collettività occorre coinvolgere sempre di più le persone, i cittadini, le associazioni, le imprese e mettere tutti in "ruota", la ruota della governance, tutti a spingere nella stessa direzione. I risultati saranno sicuramente innovativi perché se innovazione è combinazione inedita di fattori noti, nulla è più noto dello Stato, del mercato e della società. Quello che cambia è la tecnologia istituzionale, la governance appunto, che li mette insieme a collaborare e cooperare per elaborare soluzioni nuove, convenienti sia dal punto di vista collettivo che individuale. È così che si sperimentano soluzioni che consentono di modernizzare processi e organizzazioni, pubbliche e private. E' sempre così che le persone mettono a frutto le proprie competenze, le proprie capacità e quando si liberano le energie, la fantasia, la creatività delle persone, il potenziale inventivo dei cittadini, il risultato non è mai scontato.
La risposta ai problemi di interesse generale, le modalità di soddisfazione dei bisogni collettivi non saranno mai identici a quelli che un solo soggetto, nel nostro caso l'amministrazione, sarebbe in grado di concepire e offrire se decidesse di continuare a lavorare da solo.
La prima risorsa per i problemi della collettività è la collettività. Il tempo della delega è finito, come recita il payoff di Labsus.org. Le istituzioni devono imparare a chiudere il cerchio della delega restituendo alle persone parte delle deleghe ricevute e mettendo le persone in condizione di dare risposte utilizzando le proprie capacità e sviluppandone di nuove.
(1) Cfr. C. IAIONE, La localizzazione delle infrastrutture localmente indesiderate: da soluzioni di government a soluzioni di governance, in G. ARENA, F. CORTESE, Per governare insieme: il federalismo come metodo, Cedam, 2011, p. 203 e ss.










mercoledì 14 agosto 2013

Aprire una discarica non è come aprire un centro benessere

Se non è indispensabile, è proprio da fessi riaprire la discarica di Ligoria.


Ho ascoltato parte della relazione del Sindaco De Luca esposta durante il Consiglio Comunale del 29 luglio 2013.  Sarà stato a causa del caldo, ma l’impressione avuta è che il Sindaco non abbia potuto sintetizzare esaurientemente quanto contenuto nella relazione riguardo la gestione dei rifiuti. Quest’impressione avuta dal vivo è stata confermata dalla registrazione video disponibile sul sito web del Comune. Sul sito però non c’è traccia della relazione. Mi auguro che anche questa, quanto prima, venga pubblicata integralmente e resa disponibile alla visione dei cittadini che hanno interesse o curiosità a conoscere nei dettagli gli argomenti della relazione. Ciò costituirebbe anche un risparmio per le casse del Comune, se è vero che il Sindaco vuole “gratificare” i cittadini di S. Teresa di Riva mandandone una copia ad ogni famiglia.
Il sito del comune dovrebbe essere usato per dare informazioni corrette e puntuali. Si dovrebbe evitare di utilizzarlo per la  propaganda o per attaccare/bacchettare l’opposizione o chi dissente. Per il diritto di critica/replica il Sindaco farebbe meglio ad usare altri canali anche per una questione di etica democratica.
Per chi vuole partecipare e contribuire alla soluzione del problema rifiuti diventa difficile poterlo fare se non si dispone di dati e informazioni. Ci auguriamo che la relazione del Sindaco contenga quanto necessario per una valutazione di merito del progetto che l'Amministrazione intende perseguire.
Il quadro enunciato dal Sindaco De Luca non è sembrato sufficientemente chiaro e dettagliato. Egli ha parlato di un risparmio del 30% sugli attuali costi (€ 1.900.000) a carico dei contribuenti senza fornire spiegazioni sul come ottenere queste economie. Non ha parlato di differenziare l’umido e di impianto di compostaggio. Ha accennato ad un impianto di pretrattamento e stabilizzazione dei rifiuti da conferire nella discarica e di investimenti per un ammontare di circa 3 milioni di Euro. Ha parlato di raccolta differenziata porta a porta spinta, della eliminazione dei cassonetti stradali, di premi per chi differenzia e di aggravi dei costi per i negligenti. Tutte cose positive ma vaghe. Tutte cose di difficile controllo se il progetto non sarà esteso a tutto il comprensorio jonico. Inoltre, il Sindaco non ha spiegato se il Comune pensa ad una gestione in house, ad una società mista o di affidare i servizi a terzi.
Senza fornire dati sulla qualità del progetto di raccolta differenziata, senza aver verificato l’idoneità del sito di Ligoria riguardo gli aspetti tecnici e logistici,  è difficile, ad esempio, capire se è giustificabile la necessità della riapertura della discarica. A quanto è dato sapere non c’è al momento una emergenza discariche tale da giustificarne una riapertura. Se così fosse, ci penserebbe la Regione ad intervenire indicando quali discariche eventualmente riaprire, ampliare, costruire e dove (sentiti gli Enti interessati). Inoltre, con il recupero di materia, il riciclo dei materiali, il riuso e la riduzione dei rifiuti, i conferimenti in discarica si ridurranno drasticamente allungando la vita delle discariche attualmente in esercizio. Questo evita la previsione di ampliamenti di discariche esistenti, di riaprire quelle fuori esercizio o di realizzarne di nuove.

mercoledì 7 agosto 2013

Rifiuti: S.Teresa di Riva capofila di un Aro del riciclo o pattumiera del comprensorio?

Ecocentro del riuso
Strategia “rifiuti zero”, eliminazione degli sprechi e assunzione delle buone pratiche ambientali sono gli obiettivi  attraverso cui realizzare promozione e sostenibilità ambientale, la riproducibilità delle risorse naturali, il valore pubblico dei beni comuni.
Per Comunità di poche  migliaia di abitanti come quelle del comprensorio jonico si riesce, valorizzando la partecipazione e il coinvolgimento attivo degli abitanti e per  le peculiarità strutturale del territorio, ad ottenere risultati difficilmente raggiungibili in aree con maggiore popolazione e complessità. In contesti territoriali come il nostro, la produzione dei rifiuti è generalmente inferiore alla media e si riesce a realizzare un’efficace azione di riduzione, riuso e riciclo anche perché la raccolta differenziata potrà essere, se ben organizzata, quantitativamente e qualitativamente migliore. È prioritario estendere ed applicare su tutto il territorio del nostro comprensorio le buone pratiche e le eccellenze nella gestione dei rifiuti già in corso di attuazione in diverse realtà italiane. Esse riguardano la riduzione dei rifiuti, la riparazione ed il riutilizzo di beni e prodotti di “seconda mano”, il riciclaggio finalizzato al recupero di materia ed il compostaggio derivante da frazione organiche pulite. Pertanto va favorito il passaggio da sistemi stradali di raccolta a sistemi puntuali di raccolta e di tariffazione.
Nel nostro contesto territoriale è anche più facile attivare pratiche virtuose a partire dal porta a porta in grado non solo di intercettare elevate quantità di materiali ma soprattutto di garantire una qualità merceologica idonea alle successive fasi di compostaggio e di riciclaggio; favorire il compostaggio domestico; dotarsi di semplici aree di stoccaggio e trattamento di zona per piccoli impianti di compostaggio; attivare aree di raccolta (centri o isole ecologiche). Con questi accorgimenti si riduce enormemente la quantità di rifiuti che richiedono un trattamento finale, e quindi si riducono significativamente i costi di smaltimento.
I comuni dovranno dotarsi di Piani comunali di raccolta che abbiano come riferimento e volano principale il sistema di raccolta porta a porta, per favorire il massimo sviluppo della raccolta differenziata finalizzato al recupero di materia. Al fine di raccogliere materiali di buona qualità merceologica devono essere incentivati sistemi di raccolta selettiva o monomateriale anziché congiunta o multi materiale. Tali modalità devono essere integrate con isole ecologiche e centri di riparazione e di preparazione per il riutilizzo. A questo proposito i comuni del nostro comprensorio dovranno costituire un Aro (Area di raccolta ottimale) non inferiore a 20.000 abitanti e potranno dotarsi di tali strutture. Occorrerà incentivare e favorire lo sviluppo di imprenditoria e di posti di lavoro locali per l’attuazione delle attività di recupero di materia e riuso.
L'attuazione delle buone pratiche di prevenzione, riduzione, riutilizzo, riciclo, compostaggio hanno lo scopo di rendere effettivamente residuale le fasi di trattamento/smaltimento dei Rifiuti Urbani Residui (Rur) ed esse stesse devono avvenire puntando a ridurre ulteriormente i conferimenti (che obbligatoriamente devono subire un processo di pretrattamento stabilizzazione) in discarica.
Massimizzare i recuperi di materia rispetto ad altre forme di recupero e ridurre drasticamente i conferimenti in discarica è infine lo scopo dei nuovi impianti di trattamento meccanico biologico (Tmb)  grazie ai quali si allunga il ciclo di vita delle discariche esistenti per una loro gestione in sicurezza e senza la previsione di realizzarne ampliamenti e/o la realizzazione di nuove.

martedì 23 luglio 2013

Rifiuti: cambiare si può

Villa Ragno - S.Teresa di Riva

Sabato 20 luglio si è tenuto a S. Teresa di Riva il convegno e dibattito pubblico “Cambiare si può. Trasformiamo i rifiuti in risorsa" organizzato dal comitato jonico beni comuni.
C’è stata una buona affluenza di cittadini, ma non quella che ci si aspettava. La presenza degli Amministratori è stata esigua nel numero (addirittura inferiore a quella del precedente convegno del 2012) e ha mostrato ancora di più la scarsa propensione dei primi cittadini eletti dal popolo di rispondere al popolo delle loro scelte. Perché?  La risposta è semplice: i nostri amministratori (tranne poche eccezioni) non hanno mai voluto affrontare la questione rifiuti con la necessaria serietà e determinazione; non si sono mai preoccupati di studiare l’argomento e imparare dalle esperienze positive che sono numerose anche nel nostro Paese. Cosa ci si può aspettare da amministratori insipienti? Nulla! Infatti, anche quando un gruppo di cittadini si attiva per iniziative (totalmente autofinanziate) come quella che si è svolta a Villa Ragno per contribuire a fare informazione e sensibilizzazione e per spronare tutti al senso di responsabilità, latitano. Stesso discorso vale per gli amministratori provinciali e regionali, incluso il Presidente Crocetta e i vari assessori invitati all’evento, che neanche si sono degnati di rispondere all’invito, anche solo per dire dei loro improrogabili altri impegni pubblici o privati.
Al convegno è risultata palese la confusione che regna nelle istituzioni locali sulla gestione dei rifiuti. Amministrazioni impreparate che devono inventarsi qualcosa di cui nulla sanno.
La presenza "part time" del Sindaco di Santa Teresa di Riva non è servita a fornire dati e informazioni sull’ipotetico Piano d’intervento dell’Aro comunale e relativi costi o benefici (economici e ambientali) per i cittadini. La sola informazione ha riguardato la discarica di Ligoria il cui iter procedurale, pare, sia a buon punto. Riaprire la discarica di Ligoria come auspica il Sindaco De Luca è prova di insensibilità verso i problemi ambientali e paesaggistici e di scarso valore dato alla salute dei cittadini. Inoltre è prova di palese contraddizione con quanto scritto nel suo programma elettorale che, al punto 6, prevedeva: “bonifica delle discariche di rifiuti esistenti sul territorio comunale”.
 La “ricetta” per uscire fuori dall’attuale cattiva gestione dei rifiuti l’ha spiegata con parole semplici il prof. Aurelio Angelini: basta attenersi alle direttive europee e copiare le buone pratiche già in uso. Non occorrono super differenziatori: bastano le semplici mani dei cittadini che a monte possono senza fatica (alcune pattumiere in più) evitare di mescolare il secco, cioè i materiali pregiati riciclabili, con l’umido, cui produrre compost. Così facendo si riduce al minimo l’indifferenziato (la vera spazzatura) abbattendo drasticamente le quantità di rifiuti da destinare alla discarica, il cui quantitativo può ulteriormente essere dimezzato in impianti di trattamento e valorizzazione del rifiuto secco residuo. Non serve altro. Solo una buona organizzazione. L’applicazione della “strategia rifiuti zero” entro un certo numero di anni porterà all’eliminazione di discariche e inceneritori.