venerdì 16 ottobre 2015

Contro l’inceneritore nella Valle del Mela, subito un referendum in ogni comune!

Se referendum dev’essere, che sia, ma in tutti i comuni del comprensorio. L’amministrazione di San Filippo del Mela, è ormai certo, indirà un referendum per chiedere ai filippesi se vogliono o no che la centrale termo elettrica di archi venga trasformata in un mega-inceneritore. È quasi ovvio che la scelta di ricorrere allo strumento di democrazia diretta per eccellenza raccoglie il plauso dei comitati che si battono contro il progetto di riconversione.
Riservare però il diritto di esprimere la propria volontà solo ai filippesi svuoterebbe lo strumento referendario del suo grande valore democratico e ne ridurrebbe l’efficacia. L’inquinamento, i veleni e il sottosviluppo, causati da un mega-inceneritore da 510 mila tonnellate l’anno, non osserverebbero i confini amministrativi del comune di San Filippo del Mela, ma li attraverserebbero inesorabilmente almeno per un raggio di 30 km in linea d’area. In definitiva, un referendum solo a San Filippo del Mela finirebbe inevitabilmente per distinguere cittadini di serie A, i filippesi, e altri di serie B, tutti i restanti 150 mila
L’idea del referendum però non accende, come ci si aspetterebbe, tutti gli entusiasmi. Mentre i sindaci degli altri comuni del comprensorio temporeggiano, i suoi detrattori si sperimentano in argomentazioni astruse, per fortuna poco consistenti.
Essi sollevano due ordini di problemi. Dicono in primo luogo che i comuni non avrebbero i soldi per fare i referendum, in tempi di magra, con molti bilanci comunali vicini al dissesto, persino l’esercizio dei basilari diritti di partecipazione democratica deve subire la scure dell’austerità. In realtà quest’analisi, oltre a essere in contrasto con quanto stabilito dai padri costituenti qualche decennio fa, nasconde una menzogna bella e buona. Esiste infatti una legge regionale, la n.5 del 2014, che all’art 6 statuisce: “Ai comuni è fatto obbligo di spendere almeno il 2 per cento delle somme loro trasferite con forme di democrazia partecipata, utilizzando strumenti che coinvolgano la cittadinanza per la scelta di azioni di interesse comune”. Sarà il referendum una “forma di democrazia partecipata”? E ancora, il decidere se impiantare o meno un mega-inceneritore può essere definita un’azione di interesse comune”? Se la risposta è “si” per entrambe le domande, allora i soldi per il referendum ci sono, anzi, come dice la legge “ai comuni è fatto obbligo” di spenderli così.
In secondo luogo si sostiene che, dato in molti comuni i consigli comunali hanno deliberato contro l’incenerimento e poiché viviamo in una democrazia rappresentativa, i cittadini si siano già espressi. Ora, benché i consiglieri comunali siano stati liberamente eletti a rappresentare i cittadini, rimangono comunque singoli, persone che votano in coscienza. Insomma, il parallelo fra voto dei consiglieri e volontà popolare è comunque un costrutto tecnico-giuridico. Non a caso la nostra costituzione prevede che per cambiare le sue norme, in alcuni casi, si chieda direttamente ai cittadini quali siano le loro volontà. Inoltre, in un sistema in cui il personale politico è spesso solo attento ad essere rieletto alla prossima tornata utile, il ricatto elettorale può diventare un importante strumento di pressione a disposizione dei movimenti che si battono per cambiare l’esistente. Mettiamo che, nel caso di un referendum comprensoriale sull’inceneritore, 50 mila persone dicessero espressamente di no, un tale numero di voti non impensierirebbe nessuno, a fronte de fatto che tra circa un anno si celebreranno le elezioni regionali? Continuerebbero a cercare di imporci una scelta che il territorio ha già dimostrato il 27 settembre scorso, con 3 mila persone in piazza, di non volere? O terrebbero conto dei voti potenzialmente persi? Probabile.
Di una cosa siamo certi. Questa lotta è talmente importante che va combattuta con ogni mezzo, “by every means” diceva Malcom X. Al momento i mezzi a disposizione sono due: le osservazioni da inviare al Ministero dell’Ambiente e del Territorio entro il 21 novembre, cui un comitato tecnico-scentifico sta lavorando, e la mobilitazione popolare anche nelle forme del referendum. D'altronde la storia insegna, già una volta la Valle del Mela evitò una catastrofe: era il 1989 si disse no al carbone, con un referendum in 22 comuni.


venerdì 9 ottobre 2015

Bene il Consiglio Comunale di Milazzo, ora unità di intenti nella valle del Mela

Apprendiamo con viva soddisfazione che il Consiglio Comunale di Milazzo ha all’unanimità deliberato una netta contrarietà alla riconversione a combustibile solido secondario (CSS) della centrale EDIPOWER/A2A di Archi. Il compiacimento è accresciuto dal fatto che, nonostante A2A sia intervenuta agli incontri di approfondimento, organizzati dal Consiglio nelle settimane scorse, con una numerosa ed agguerrita delegazione - compreso uno dei massimi responsabili del progetto (ing. Giuseppe Monteforte) - i consiglieri comunali hanno recepito le osservazioni della associazioni ambientaliste, come risulta dai resoconti di stampa. Ma soprattutto il Consiglio Comunale di Milazzo si è opposto ad un modello di sviluppo economico del territorio imposto dall’alto, senza concertazione con i cittadini, che privilegia gli interessi economici di grossi gruppi rispetto alla salute pubblica ed agli interessi economici (turismo, agricoltura, bonifica, ecc.) della cittadinanza. Riteniamo che il valore politico di questa delibera sia grande, non fosse altro perché i cittadini milazzesi sono quasi un terzo della popolazione della Valle del Mela.
Ma l’effetto pratico di questa delibera rischia di essere vanificato dal fatto che il ministero dell’ambiente può rilasciare l’Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA) per questo impianto senza tener in conto di questa volontà, né di quella degli altri 13 comuni della Valle del Mela, che hanno nei mesi scorsi esitato delibere analoghe. C’è ancora tempo (entro il 21/11/2015) per presentare osservazioni per la procedura di Validazione di Impatto Ambientale (VIA) presso il ministero, ed invitiamo tutte le amministrazioni comunali del SIN Valle del Mela e dei comuni viciniori a farlo.
Tuttavia non è solo la fredda procedura burocratica che potrà fermare il progetto dell’inceneritore: ci vogliono la Politica e la volontà popolare. È questo il motivo per il quale, a nostro avviso, tutte le amministrazioni del comprensorio dovrebbero agire di concerto ed in sinergia, lasciando perdere per una volta rivalità e campanilismi. Bisognerebbe quindi che il comune di S.Filippo del Mela non proceda da solo alla convocazione di un referendum popolare, ma che tale referendum si svolga contemporaneamente in tutti i comuni interessati. Ciò perché l’impatto ambientale dell’inceneritore non sarà solo sul territorio di Archi ma su tutta la Valle del Mela e ben oltre, ma perché uno sviluppo economico sostenibile dell’area è interesse di tanti, perlomeno dei comuni della fascia tirrenica. Va inoltre da sé che tale referendum dovrebbe aver luogo prima dell’eventuale rilascio dell’AIA, dopo la quale potrebbe essere impossibile fermare il progetto. Sembrerebbe impossibile, ma le difficoltà amministrative non sono insormontabili se c’è la volontà politica di superarle.
Riteniamo dunque che i sindaci interessati debbano subito aprire un tavolo di confronto e concertazione, ed adottare al più presto e contemporaneamente i provvedimenti necessari. La partecipatissima manifestazione del 27 settembre ha indicato la volontà dei cittadini. La politica e le amministrazioni operino di conseguenza. Zero Waste Sicilia è a disposizione di sindaci ed amministrazioni per quanto nelle sue possibilità e competenze.

Zero Waste Sicilia
zwsicilia@gmail.com  

martedì 6 ottobre 2015

L'incenerimento dei rifiuti non è una buona pratica

Bruciare i rifiuti è controproducente. Antieconomico. Costoso. Anacronistico. Crea inquinamento. Eleva il rischio sanitario. Mette in pericolo la salute delle persone. Non elimina le discariche, anzi le alimenta.
La termovalorizzazione (incenerimento con recupero energetico)  dei rifiuti  è uno spreco di risorse essenzialmente perché si brucia (si getta via) materia estremamente utile. In un Paese come il nostro, sprovvisto di materie prime, il recupero di materia è strategico.
Gli stessi rifiuti selezionati per produrre CSS (Combustibile Solido Secondario) - un mix di residui secchi non differenziati che costituiscono la frazione non riciclabile dei rifiuti urbani e speciali, composti principalmente da materiale plastico - possono essere sottoposti agli stessi trattamenti di selezione e riduzione, ad estrusione, granulazione, e trasformati in materia prima secondaria utilizzabile per arredi urbani, costruzioni edile, pavimentazioni antiscivolo ed altro.
Puntare sull’incenerimento/recupero energetico, quando, invece, si dovrebbero concentrare gli sforzi sul recupero totale di materia, è la scelta di una “politica” ignorante, quando non corrotta o serva. Il recupero e la valorizzazione delle materie prime seconde consente, oltre all’approvvigionamento di materia, un risparmio di energia doppio o triplo rispetto all’energia prodotta dal recupero energetico da CSS, il cui potere calorifero (PCI) è basso (19-25%). Il metano ha un potere calorifero di 50 MJ/Kg, cioè circa 5 volte il potere calorifero del CSS.
La "termovalorizzazione" dei rifiuti è inefficiente. L’energia prodotta è inferiore, e di molto, al risparmio di energia che gli stessi rifiuti consentirebbero se fossero re-immessi nel ciclo delle materie recuperate. Il bilancio del recupero di energia è a favore del riuso di materia. Giusto per fare un esempio, un kg di plastica recuperata fa risparmiare 3 litri di petrolio.
L’Italia è l’unico Stato al mondo che finanzia l’incenerimento dei rifiuti con il 7% della  “bolletta elettrica”. Nel resto d’Europa l’incenerimento è scoraggiato da tasse aggiuntive. Proprio perché inquina e distrugge materia. È facile intuire perché Edipower S.p.A. smania per bruciare i rifiuti (“non rifiuto”) nella centrale di San Filippo del Mela.
Le cattive pratiche vanno combattute. Tocca a noi cittadini farci sentire: partecipare attivamente al processo decisionale e utilizzare tutti i mezzi (leciti) possibili per contrastare decisioni controproducenti, calate dall’alto e contrarie al buonsenso e al pensiero della maggioranza della popolazione.

venerdì 2 ottobre 2015

Cittadini della Valle del Mela, difendiamo la nostra salute, l’ambiente, la vita e l’avvenire delle future generazioni. Inviamo osservazioni al Ministero dell'Ambiente

Disegno di Gaetano La Rosa
Il progetto di riconversione a CSS della Centrale Termoelettrica di Archi (San Filippo del Mela), presentato recentemente da Edipower S.p.A. e denominato “Impianto di valorizzazione di CSS (Combustibile Solido Secondario) da realizzarsi nella Centrale Termoelettrica esistente di San Filippo del Mela (ME)”, è un progetto biasimevole, nefando e nefasto perché peggiorerà il danno ambientale già presente nel nostro territorio, introducendo nuovi  agenti inquinanti nocivi quali diossine, furani, metalli pesanti ed altro.
Il progetto, in estrema sintesi,  prevede l’installazione di due caldaie alimentate  col cosiddetto CSS (Combustibile Solido Secondario),  ovvero, prevede di bruciare spazzatura (i rifiuti urbani residui) per produrre energia elettrica. 
Bruciare rifiuti comporta una enorme quantità di conseguenze negative sull’ambiente e sulla salute degli esseri viventi. Bruciare rifiuti produce una serie di sostanze tossiche per l’aria, l’acqua e il suolo che non possono essere completamente filtrate. Questo determina la contaminazione dell’ambiente con potenti inquinanti quali diossine ed altri composti organici clorurati che sono ben noti per i loro effetti tossici sulla salute umana.
La procedura di Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) cui, come cittadini della Valle del Mela, abbiamo la possibilità di partecipare per salvaguardare la nostra salute, l’ambiente e la vita,  è strutturata sul principio dell’azione preventiva, in base al quale la migliore politica ambientale consiste nel prevenire gli effetti negativi legati alla realizzazione dei progetti anziché combatterne successivamente gli effetti.
La legge prevede che tutti i soggetti interessati  (chiunque di noi) possa partecipare alle procedure di valutazioni ambientale entro 60 giorni dall’avviso pubblicato sui quotidiani (22/09/2015). Pertanto, la scadenza di presentazione delle osservazioni è il 21 novembre 2015.
La partecipazione dei cittadini ai processi decisionali è l’aspetto centrale delle valutazioni ambientali. Come residenti nel comprensorio della Valle del Mela subiamo o possiamo subire gli effetti delle procedure decisionali in materia ambientale e abbiamo il diritto di partecipare alle decisioni finali della pubblica amministrazione competente. Le scelte effettuate dalle pubbliche amministrazioni (Stato, Regione, Comuni) devono essere effettuate nel rispetto dei principi dello sviluppo sostenibile, della tutela dell’ambiente e della qualità della vita della collettività.
La documentazione per la partecipazione  è consultabile sul sito del Ministero dell’Ambiente.
Le modalità di trasmissione delle osservazioni sono due: in forma scritta al Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare – Direzione Generale per le Valutazioni ambientali – Divisione II Sistemi di Valutazione Ambientale, Via Cristoforo Colombo 44, 00147 Roma; in forma elettronica, utilizzando la casella di posta elettronica certificata (PEC) DGSalvaguardia.Ambientale@PEC.minambiente.it
Il Ministero provvederà a pubblicare sul portale delle valutazioni ambientali le osservazioni pervenute.

martedì 22 settembre 2015

Seconda lettera aperta al Procuratore della Repubblica di Messina

Egregio Signor Procuratore Guido Lo Forte,
con riferimento alla lettera aperta del 26 maggio 2015, torno a scriverLe per senso civico e per  rappresentare alla S.V.  quanto segue.
Innanzitutto, desidero ringrarziarLa per il Suo intervento: due dei procedimenti penali che giacevano in  stato di pendenza cronica sono stati presi in esame dagli Uffici della procura.
Tuttavia l’epilogo di questi due procedimenti è stato la richiesta di archiviazione da parte dei pubblici ministeri, senza che fosse svolta alcuna attività istruttoria. Potrà immaginare la mia delusione. Speravo in un diverso atteggiamento e approccio dell’Ufficio di procura. Nei precedenti procedimenti del 2011 l’Ufficio di procura aveva proceduto all’identificazione degli indagati e ad avviare le indagini. I “nuovi” procedimenti, invece, più o meno per gli stessi fatti, reati e personaggi, sono stati aperti contro ignoti e senza compiere alcun atto istruttorio. Per la Procura si tratta di notizie di reato infondate, evidentemente.
Nel procedimento n. 7761/11 R.G.N.R. contro ignoti, al quale è stato riunito il proc. N. 9414/13, anch’esso contro ignoti, il p.m. Liliana Todaro ha chiesto l’archiviazione e il Gip Maria Militello ha disposto l’archiviazione de plano. Questo avventato schierarsi del Gip sulla posizione  del p.m., senza motivare specificamente la sua decisione, mi ha costretto a ricorrere in Cassazione per avere diritto al contraddittorio in Camera di Consiglio. Ricorrere in Cassazione significa affrontare spese, che incidono pesantemente sul bilancio di una famiglia e non lo si fa per divertimento o per capriccio, ma per poter affermare ed esprimere le proprie ragioni nella speranza di ottenere giustizia. 
Non entro nel merito della vicenda per non tediarla. Ovviamente, sarà la Cassazione a valutare se il mio ricorso è fondato o meno.
La Suprema Corte non entrerà nel merito dei fatti, ma darà un giudizio di legittimità del ricorso. Pertanto, non posso non rappresentarLe la mia amarezza come parte offesa nel procedimento e la mia indignazione come cittadino, per le decisioni di entrambi i magistrati (p.m. e Gip).
Nell’altro procedimento, il n. 4334/14 (denuncia del 2012), anch’esso aperto contro ignoti, il p.m. Roberta La Speme ha chiesto l’archiviazione, ma il Gip Daniela Urbani letti gli atti, la richiesta di archiviazione e l’opposizione della persona offesa, ha fissato udienza (19 ottobre 2015) per deliberare in Camera di Consiglio sentite le parti in contraddittorio.
La informo, infine, che ho avanzato richiesta di avocazione delle indagini al Procuratore Generale della Repubblica per altri due procedimenti penali: il n. 6719/12 Mod. 21 per il reato di cui all’art 659 c.p.p. (denuncia-querela del 3 ottobre 2012) e il n.11733/13 Mod. 44 per i reati di cui agli artt. 323 e 328 c.p.p. (esposto-denuncia del 13 dicembre 2013), entrambi ancora giacenti nel limbo delle indagini preliminari.
L'ordinamento giudiziario indica nella vigilanza sull'osservanza delle leggi e sulla pronta e regolare amministrazione della giustizia il compito primario del pubblico ministero. L'osservanza della legge e la sua pronta e regolare amministrazione costituiscono la sola difesa del cittadino onesto. 
Con stima
Aldo Lenzo


lunedì 21 settembre 2015

A2A presenta il progetto dell’inceneritore. Stavolta non passeranno!

Dopo mesi di annunci il progetto definitivo del mega-inceneritore è stato depositato venerdi da Edipower al comune di S.Filippo del Mela ed a breve verosimilmente al Ministero dell’Ambiente per l’avvio della procedura autorizzativa chiamata V.I.A. (Valutazione Impatto ambientale) [1]. Viene così confermata definitivamente l’intenzione dei gestori della centrale elettrica di S.Filippo verso la conversione ad uno degli inceneritori più grandi d’Europa.
Dopo averci inquinato per decenni bruciando l’OCD, un combustibile derivato dal petrolio, adesso che quest’ultimo non conviene più neanche a loro vorrebbero continuare per altri decenni a inquinare bruciandoci sotto il naso milioni di tonnellate di spazzatura. Se prima la sigla era OCD, adesso è CSS (Combustibile Solido Secondario), un combustibile costituito dai materiali combustibili dei rifiuti (in maggioranza plastica, carta, pannolini, fibre tessili, ecc…) [2]. La sostanza è che hanno in serbo per noi un cocktail micidiale di diossine, metalli pesanti e nanopolveri.
La presentazione del progetto è stata preceduta da una campagna stampa tesa a prendere in giro cittadini ed amministratori (ad esempio parlando di termovalorizzazione anziché di incenerimento, come se fossero due cose diverse, sebbene basti consultare il dizionario per verificare che sono sinonimi), che è stata già smentita nei dettagli dal nostro comunicato “Le bugie hanno le gambe corte”[3].
Forse pensavano di scendere in Sicilia e trovare donne e uomini pronti ad abboccare o a rassegnarsi a qualsiasi tipo di veleno, ma si dovranno ricredere.
Il momento è storico, si decide del futuro del nostro territorio per i prossimi decenni. E’ più che mai importante scendere in piazza per la manifestazione di domenica 27 alle 15.30 ad Archi contro questa grave minaccia ormai concreta [4].
Ovviamente cercheranno di utilizzare contro i cittadini il solito ricatto occupazionale, come se il lavoro e la salute debbano essere dei diritti contrapposti, trattando i 150 dipendenti della centrale come “scudi umani” in difesa dei loro profitti. Ma il ricatto occupazionale non è che l’ennesimo inganno, visto che gli inceneritori non producono ma distruggono posti di lavoro, oltre che soldi, salute e vite. Il ciclo virtuoso dei rifiuti alternativo all’incenerimento, che passa da differenziata e recupero dei materiali, crea infatti più di 10 volte tanto i posti di lavoro degli inceneritori [5].

Comitati No Inceneritore del Mela

sabato 29 agosto 2015

INCENERITORI, NO GRAZIE!

di Aurelio Angelini
Firma la petizione
Il decreto “sblocca Italia” secondo il governo era necessario per evitare l’infrazione alle direttive europee in materia di rifiuti. In realtà la UE aprirà un’ennesima procedura per il mancato rispetto dell’obbligo previsto di pretrattamento dalla Direttiva 99/31 sulle discariche e per il mancato raggiungimento degli obiettivi europei per la raccolta differenziata.
Lo “sblocca Italia” considera l’incenerimento come indispensabile per la gestione dei rifiuti, mentre è solo uno dei pretrattamenti possibili, il meno conveniente economicamente e ambientalmente; richiede tempi lunghi di realizzazione (almeno 5 anni) e non può essere considerato una risposta sollecita a una necessità indifferibile.
I costi di investimento sono di almeno 4 volte superiori rispetto ad impianti a freddo di trattamento. La vera priorità è quella delle attrezzature e dei mezzi per la raccolta differenziata e l’impiantistica per riciclo e compostaggio.
L’inceneritore bruciando i rifiuti distrugge la potenzialità occupazionale e imprenditoriale del ciclo e del riciclo delle materie prime e seconde contenute nei rifiuti e necessita di due tipologie di discarica: ceneri volanti e scorie; produce inoltre, inquinamento atmosferico e accumulo nell’ambiente di sostanze altamente tossiche, che si insinuano nella catena alimentare ed è in collisione con lo sviluppo dei programmi e degli obiettivi di raccolta differenziata e con l’“Economia Circolare” dell’Unione Europea.
L’alternativa agli inceneritori e alle discariche è quella di dotare –sopratutto le aree più arretrate del Paese - di sistemi in grado di adempiere agli obblighi di pretrattamento dei rifiuti in discarica, un diffusione territoriale adeguata di impianti di compostaggio (uno ogni centomila utenti), programmazione e realizzazione a completamento di impianti di trattamento “a freddo” con recupero di materia dal rifiuto (sistemi di selezione e di stabilizzazione biologica, convertibili in impianti di trattamento dell’organico pulito (compost) e dei materiali provenienti dalla raccolta differenziata).
La precondizione per un risultato soddisfacente nella gestione sostenibile dei rifiuti è una buona raccolta dell’organico, in modo da rendere il rifiuto residuo meno “sporco” e più valorizzabile, e in questo l’Italia esportata modelli ed impianti nei vari paesi dell’Unione e non solo. Tutto ciò viene messo in crisi dalla necessità di reperire rifiuti per alimentare gli inceneritori.
La raccolta differenziata, le pratiche di riduzione, la minimizzare il rifiuto residuo, il ripensamento della produzione delle merci per favorirne il riuso/riciclo, rappresentano la struttura portante delle strategie ambientali ed economiche dell’Europa.
L’incenerimento richiede garanzie e ingenti risorse finanziarie, quantità prestabilite di materiali da bruciare, altrimenti il rischio finanziario, vedi le recenti difficoltà di un colosso del settore in Germania, il cui ramo d’azienda “ambientale”, non è stato d’interesse del mercato perché era costituito da inceneritori, ritenuti di scarso interesse per la contrazione dei rifiuti da bruciare per effetto dell’economia del riciclo. Gli inceneritori rallentano o bloccano i programmi di espansione della raccolta differenziata e il recente caso della Sicilia è esemplare.
Nel 2003 l’allora commissario-presidente della regione stabilì di realizzare quattro mega inceneritori per il totale dei rifiuti che si producevano in Sicilia. Le ricche e bastevoli risorse di cui disponeva il commissario di fondi statali, regionali ed europei, ammontavano a circa 700 milioni, da destinare principalmente agli investimenti per la realizzazione dell’impiantistica, di questi fondi, solo 10 milioni verranno impiegati per gli impianti per la raccolta differenziata: uccidendola nella culla; operazione ben riuscita come i numeri di oggi ci attestano, attraverso un’altra scellerata decisione, quella di frammentare il sistema di raccolta in 27 società d’Ambito. Oggi si è andato oltre la frammentazione e assistiamo SENZA OPPOSIZIONE all’autorizzazione da parte della regione di più di 200 ARO (Ambito di Raccolta Ottimale), ma questa vicenda per i suoi profili economici, tecnici e di illegittimità, merita un apposito approfondimento.
Siamo giunti al capolinea della cenerentola italiana nella gestione dei rifiuti e come nelle favole ci racconteranno che gli inceneritori ci salveranno dall’emergenza, ma nel frattempo e per i prossimi cinque e più anni, prima della messa in funzione degli inceneritori, si continuerà –come è già successo- a riempire le discariche di preziosa materia prima, negando ancora una volta alla Sicilia la possibilità di costruire la filiera imprenditoriale- occupazionale produttiva del ciclo dei rifiuti e di vivere ai siciliani in una terra pulita e più attrattiva.
Il bando per la realizzazione degli inceneritori in Sicilia garantiva un contratto “vuoto per pieno”, che costringeva per vent’anni a conferire all’incenerimento garantendo almeno il 65% dei rifiuti e in ogni caso, i comuni erano obbligati a corrispondere per vent’anni l’equivalente.
In Europa gli inceneritori e le discariche rappresentano il passato e non riceveranno finanziamenti comunitari, perché rappresentano la strategia inversa al VII Piano europeo per l’ambiente, sostenuto dall’Europarlamento, che ha chiesto l’abolizione di ogni finanziamento a discariche o inceneritori, impegnando la Commissione sulla “economia circolare”.
Senza finanziamenti in conto capitale e senza i sussidi alla produzione energetica da incenerimento (vedi il cosiddetto CIP/6 che ha distorto il mercato del settore in Italia), puntare sugli inceneritori comporterà un aumento delle tariffe dal 40 al 60%.
Il sistema Paese ha bisogno di una strategia chiara e di investire in capacità di indirizzo, che è quella della raccolta differenziata e della riduzione, generalizzando le pratiche virtuose di tanti Comuni al Nord come al Sud, che devono diventare progetti per i comuni viciniori non virtuosi, anziché importare dall’estero tecnologie obsolete di un’economia del passato.
L’Italia ha avuto un ruolo importante nella innovazione dei sistemi di gestione dei rifiuti, per la produzione di macchinari, tecnologica e ricerca, che esporta nel mondo, per il trattamento, il riciclo e il riuso dei rifiuti.
L’Europa va “verso un’economia circolare” che si prefigge di aiutare gli stati membri a diventare una società del riciclaggio, per non gettare in discarica o bruciare (economia lineare), la preziosa materia prima contenuta nei rifiuti.
A partire dal famoso rapporto “The limits to growth” (1972), la crisi ambientale si è venuta inizialmente definendo come i limiti fisici di una crescita fondata sul consumo illimitato delle risorse naturali, ma già anni prima la critica ai fondamenti economici del mercato aveva trovato proposte interessanti e innovative nell’esigenza di passare dall’ “economia del cowboy” a quella della “navicella spaziale”, sostenuta da Kenneth Boulding, e aveva tentato con Georgescu-Roegen di estendere le leggi della termodinamica a regolare l’economia nel consumo delle risorse naturali. La proposta di perseguire uno “stato stazionario” del ciclo produzione–consumo avanzata da Herman Daly sembrava una risposta interessante al “predicament of mankind” denunciato dal rapporto commissionato dal Club di Roma.
Il Settimo Programma d’azione europeo in materia di ambiente (periodo 2013-2020) intitolato “VIVERE BENE ENTRO I LIMITI DEL NOSTRO PIANETA”, coglie dopo più di quarant’anni il monito del rapporto “The limits to growth”, redatto da Donella H. Meadows, Dennis L. Meadows, Jørgen Randers e William W. Behrens III. Rapporto, basato sulla simulazione al computer, che presenta gli scenari e le conseguenze della continua crescita della popolazione sull'ecosistema terrestre e sulla stessa sopravvivenza della specie umana.
L’Unione europea si prefigge oggi come obiettivo generale, cercare di migliorare la qualità della crescita economica e delle altre attività umane in modo da aumentare in misura significativa l'eco-efficienza.
Il Programma evidenzia come, nonostante alcuni importanti traguardi raggiunti, sia necessario affrontare ulteriori sfide e si fonda sul principio "chi inquina paga", sul principio di precauzione e di azione preventiva e su quello di riduzione dell´inquinamento alla fonte e definisce un quadro generale per la politica ambientale fino al 2020, individuando gli obiettivi prioritari da realizzare:
a) proteggere, conservare e migliorare il capitale naturale dell´Unione;
b) trasformare l´Unione in un´economia a basse emissioni di carbonio, efficiente nell’impiego delle risorse, verde e competitiva;
c) proteggere i cittadini da pressioni e rischi ambientali per la salute e il benessere;
d) sfruttare al massimo i vantaggi della legislazione dell’Unione in materia di ambiente migliorandone l’attuazione;
e) migliorare le basi di conoscenza e le basi scientifiche della politica ambientale dell’Unione;
f) garantire investimenti a sostegno delle politiche in materia di ambiente e clima e tener conto delle esternalità ambientali;
g) migliorare l´integrazione ambientale e la coerenza delle politiche;
h) migliorare la sostenibilità delle città dell´Unione;
i) aumentare l’efficacia dell’azione della UE nell’affrontare le sfide ambientali e climatiche a livello internazionale.
Nel settore dei rifiuti questa strategia richiede – per non essere esclusi da un segmento industriale così importante, come è accaduto nel settore energetico per la strategia UE dei tre 20% al 2020, con l’allora governo italiano che puntava al nucleare- la progettazione dei processi di produzione dei prodotti che devono “essere ripensati per essere utilizzati più a lungo riparati, ammodernati, rifabbricati o, alla fine riciclati, invece di essere gettati. Per far ciò è necessario attivare politiche idonee a favorire modelli aziendali innovativi che instaurino un nuovo tipo di relazione tra le imprese ed i consumatori”, programmi specifici sulla riduzione dei rifiuti e sull’incremento del recupero e del riciclo degli stessi nella prospettiva di abolire il ricorso alle discariche. Basta adottare come base progettuale l’adozione delle migliori pratiche e delle migliori politiche di gestione dei rifiuti, verso il mondo imprenditoriale basato sulla “ecocreatività” e capace di mettere in campo conoscenze, tecnologie ed innovazione per la realizzazione di prodotti ecosostenibili e l’elaborazione di sistemi del riciclo. Questi sistemi sono in grado di favorire la ripresa economica, sviluppare i livelli occupazionali, perseguire un benessere solidale e duraturo. Dovrebbe sorgere il sospetto che è sbagliato TENERE SEPARATI, o relegare nella politica dei “due tempi”, i diversi aspetti della crisi, quello finanziario ed economico-produttivo da quello delle risorse naturali, dell’ambiente, dei cambiamenti climatici.
Le azioni sulle quali concentrarsi sono:
1. Realizzazione di centri di preparazione e di ricerca per il riutilizzo dei rifiuti;
2. Realizzazione di distretti industriale del riuso;
3. Raccolta e riciclo dei PSA;
4. Produzione di imballaggi green;
5. Paperless;
6. Riutilizzo eccedenze alimentari. Fondamentale in questo processo il ruolo dell’intero sistema imprenditoriale chiamato a sostenere investimenti nel settore del riciclo, a svolgere attività di ricerca nel campo della progettazione e realizzazione dei prodotti ecosostenibili, a promuovere l’acquisto di tali prodotti.
7. Misure di sostegno regionale e incentivazione dei Comuni a sviluppare misure di fiscalità di vantaggio a favore delle Imprese che decideranno di investire risorse nel campo della prevenzione, del riuso o del riciclo dei rifiuti, ad incrementare il mercato del riciclo mediante il potenziamento degli acquisiti verdi, a promuovere la creazione di una rete di rapporti, culturali, scientifici, istituzionali, territoriali ed economici atti a sostenere e pubblicizzare il sistema imprenditoriale operante nel campo dell’economia circolare, a diffondere le migliori tecnologie disponibili, le buone pratiche ed i migliori risultati promuovendo misure premiali, a promuovere la creazione di un marchio unico per le società operanti nel campo dell’economia circolare dando evidenza alle imprese che partecipano al progetto.
8. Nella messa a punto di proposte imprenditoriali, la qualità e la quantità di raccolta deve essere compatibile con il business. E la “collaborazione” dei cittadini (da incentivare) o comunque dei “fornitori dei rifiuti” sia fondamentale per arrivare ad una separazione quanto più spinta possibile.
9. Favorire un ambiente economico in grado di attrarre nuovi investimenti, in virtù del fatto che esiste un know how specifico ed un territorio aperto all’innovazione (vedi start Up, incubatori d’impresa, dipartimenti universitari, CNR ed ecc.)
10. Efficienza produttiva e distributiva (vicinanza tra mercati di sbocco e materie di approvvigionamento), il costo di trasporto incida profondamente nei prezzi di acquisto o di vendita o, non da ultimo, in cui la disponibilità di particolari materie prime necessiti di una trasformazione in loco dell’industria alimentare).

venerdì 28 agosto 2015

Sblocca-inceneritori

di Domenico Finiguerra
Ad un conduttore televisivo che le chiedeva di dire qualcosa di positivo sugli inceneritori, Patrizia Gentilini, nota oncologa dell'ISDE (Associazione medici per l'ambiente) rispondeva: "Mi procura troppi malati".
Con un guizzo e magistrale padronanza del mezzo televisivo, Matteo Renzi, all'epoca presidente della Provincia di Firenze, investiva il medico con una raffica di tweet: "una signora che fa l'oncologa non può dire mi procura troppi #malati; lei non può dire il #termovalorizzatore fa venire il #tumore; lei sta facendo del #terrorismo; ci vedono le persone #malate che in questo momento hanno un tumore e che arrivano a #immaginare che sia per colpe di #scelte #infrastrutturali; questa è una gigantesca #baggianata."
Lo scambio animato lo si trova in rete facilmente scrivendo "Renzi accusa Gentilini".
Per commentare il capitolo dello Sblocca-Italia, questa premessa è indispensabile, perché in quello scambio verbale si ritrova tutta l'arroganza e la violenza verbale del potere (che talvolta diventa anche fisica, basta pensare alla repressione del movimento No Tav in Val di Susa) oggi incarnato dal governo Renzi. Arroganza che lo Sblocca-Italia traduce in un testo di legge.
Il nostro Paese è attraversato da molti luoghi comuni. Alcuni veri altri no. Siamo il Paese della pizza, mafia e mandolino. Siamo il Paese più bello del mondo. Siamo il Paese delle emergenze. Siamo il Paese delle deroghe e dei condoni. Siamo il Paese dove in alcune città la "monnezza" si accumula in strada. Ed è proprio attorno a quest'ultima circostanza (vera) che si è costruita e consolidata negli anni un'ideologia pro-termovalorizzatori. Un'ideologia che non racconta tutta la verità rispetto ai danni provocati alla salute e che non tiene conto delle leggi della natura.
La legge della conservazione della massa è una legge fisica della meccanica classica, che prende origine dal cosiddetto postulato di Lavoiser: "Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma". Quindi se metti una tonnellata di rifiuti in un forno inceneritore, una quota (fino a un terzo) ti resta in ceneri da smaltire in discariche di servizio, una quota (per la pulizia degli impianti) va in liquidi e quindi nel ciclo idrico, una quota è trattenuta da filtri. Ed il resto? Non sparisce certo. Non si distrugge. Semplicemente vola via. Piccole (nano) particelle che prima o poi te le ritrovi nell'insalata o nel latte, anche materno. Nanopolveri di dimensioni infinitesimali e nocive che spesso sono composte da cromo, cadmio, nichel, arsenico, mercurio. Tant'è che ormai sono decine gli studi che indicano chiaramente l'incremento di tumori nei pressi degli inceneritori.
Ma gli inceneritori s'hanno da fare. Ci servono per metterci al passo. Al passo con chi? Con l'Europa? Ce lo chiede forse l'Europa di incenerire?
Il primo comma dell'articolo 35 dello Sblocca-Italia recita: "Entro novanta giorni dalla data di entrata in vigore del presente decreto, il presidente del Consiglio dei ministri, su proposta del ministro dell'Ambiente e della tutela del territorio e del mare, individua, con proprio decreto, gli impianti di recupero di energia e di smaltimento dei rifiuti urbani e speciali, esistenti o da realizzare per attuare un sistema integrato e moderno di gestione di tali rifiuti atto a conseguire la sicurezza nazionale nell'autosufficienza e superare le procedure di infrazione per mancata attuazione delle norme europee di settore". Ripetiamolo: "Superare le procedure di infrazione per mancata attuazione delle norme europee di settore"-
Il lettore, e immaginiamo anche gran parte dei deputati e senatori chiamati a convertire in legge il decreto, premendo il bottone dirà: Ah, ok, ce lo chiede l'Europa". Ed invece non è vero! Perché non esiste alcuna direttiva europea che ci obblighi ad incenerire una quota dei nostri rifiuti.
Al di là della ricaduta sulla salute dei cittadini, gravissima e dimostrata, e che dovrebbe far scattare il principio di precauzione, lo Sblocca-Italia calpesta i diritti delle autonomie locali e le buone pratiche realizzate nei territori.
Innanzi tutto l'accelerata sugli inceneritori viene imposta senza alcun vincolo di bacino. Ovvero, se un inceneritore è sottoutilizzato perché l'ambito territoriale non conferisce più rifiuti a sufficienza (con conseguenze negative sui bilanci delle aziende che li gestiscono), grazie allo Sblocca-Italia si apre definitivamente all'arrivo di rifiuti da altri territori. E la lobby degli inceneritori ringrazia. 
Non si discute certo il principio di solidarietà in base al quale sarebbe cosa buona e giusta aiutarsi l'un l'altro. Ma in questo caso si produce un effetto perverso e punitivo che vanifica tutte le politiche e le buone azioni di comuni e cittadini virtuosi. Facciamo un esempio.
Se una provincia ha lavorato bene riducendo la quantità di rifiuti prodotta, portando al massimo la raccolta differenziata, investendo in impianti e tecnologie che non inceneriscono ma valorizzano i rifiuti, rendendo di fatto obsoleto il modello che ruota attorno al camino di un inceneritore, con lo slocca-Italia viene di fatto azzerato tutto il suo lavoro, tutte le risorse e tutto l'impegno civico dei suoi cittadini per tutelare l'ambiente e la salute, dei propri bambini in primis, perché l'inceneritore continuerà comunque a bruciare la medesima quantità di rifiuti semplicemente importandoli da altri territori.
La formulazione del citato articolo 35 presenta contraddizioni al limite dello scherzo. Basta leggere il comma 1 per restare attoniti:"Tali impianti [inceneritori], [...] concorrono allo sviluppo della raccolta differenziata e al riciclaggio [...]". Tradotto: gli inceneritori servono a migliorare la raccolta differenziata. Un colpo ad effetto degno della miglior agenzia pubblicitaria che però squalifica di ogni base razionale e logica l'intero impianto dello stesso articolo 35. Ma di più. Mentre tutti i Paesi europei approntano politiche ambientali volte al superamento dello smaltimento dei rifiuti in forno imboccando la strada della circolarità, del riciclo, del riuso, del recupero nel rispetto dell'ambiente, della salute ed anche di riduzione dello spreco attesa la scarsità di risorse, il governo Renzi impone, in totale controtendenza, la realizzazione di nuovi impianti. Per mesi migliaia di cittadini, ambientalisti e comitati hanno lavorato in tutto il Paese per una legge di iniziativa popolare denominata "Rifiuti Zero". La mobilitazione ha fatto crescere la consapevolezza di quanto sia importante cambiare rotta, dell'urgenza di passare da un sistema distruttivo di risorse e materiali ad uno fondato sul recupero, retto dal principio "chi inquina paga" con la previsione di una responsabilità civile e penale per il reato di danno ambientale. La proposta del comitato "Rifiuti Zero", che persegue la riconversione ecologica in perfetta linea con i Paesi europei considerati più moderni rispetto al nostro, proprio sul "dossier rifiuti" (il ministro dell'Ambiente del governo francese Sègoléne Royal, pochi mesi fa ha testualmente dichiarato: "Les incinératuers sont une solution dépassée. Il faut arreter les incinérateurs"), viene completamente ignorata dal governo italiano con lo Sblocca-Italia arrivando addirittura a prevedere l'applicazione del potere sostitutivo nel caso in cui non venisse rispettato il dimezzamento dei tempi previsto per il rilascio delle Autorizzazioni integrate ambientali.
Gli interventi di interesse strategico saranno dichiarati di pubblica utilità, e quindi, urgenti e indifferibili. Si annunciano partenze a razzo via veloci con l'esproprio, rimozione di ogni opposizione, tacitazione di ogni contestazione, e interventi drastici sui gruppi di cittadini e associazioni ambientaliste che osassero mettersi di traverso.
Lo sblocca-Italia avrà come unico effetto positivo quello di essere uno spartiacque. Sarà un vero e proprio banco di prova per chi si dichiara ambientalista, per chi "si misura" sulla tutela del territorio, del paesaggio, della bellezza, della salute. Da una parte ci saranno i dirigenti ed i fiancheggiatori del partito degli inceneritori, del cemento, delle privatizzazioni, delle emissioni, della crescita "costi quel che costi"; gli esecutori degli interessi di lobbies, profittatori di ciò che appartiene a tutti.
Dall'altra parte ci saranno le forze che non accettano né mai accetteranno che ambiente, salute, e beni comuni siano sacrificati insieme agli altri diritti dei cittadini per soddisfare l'avidità di poche persone, di pochi gruppi di potere.

Tratto dal libro "Rottama Italia" 
edito da Altra Economia
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